DA L'AQUILA UN TREKKING A DORSO D'ASINO SUI MONTI DELL'ABRUZZO

"Pompei" e "Beirut" sono le zone della città danneggiate dal terremoto, dove la ricostruzione non decolla ma arrivano le comitive di appassionati di catastrofi. In Abruzzo il turismo è fermo. Per scoprire il suo ambiente viaggiamo con l'asino.

di Valentina Musmeci *

Mentre cammini tra le vie dell'Aquila non ti accorgi subito che il cielo è tristemente dentro certe finestre del primo piano. Un passante si avvia in salita, le mani dietro la schiena, con le chiavi di casa inutilmente in mano. Somiglia a un pellegrino, a un'anima errante, è confuso, ma non il ricordo, nitido, che ha negli occhi. Tra le vie, gli sdruccioli e i vicoli solo i cani randagi possono passare senza chiedere il permesso. Nel centro intere vie sono coperte di impalcature, case e palazzi ingabbiati in pali neri: una boscaglia di tubi di metallo dentro e fuori, e sostegni ovunque, travi di legno alle finestre, nastri gialli d'acciaio. Nelle pietre rimaste resta un silenzio che racconta una storia finita. La storia di un capolinea. A L'Aquila esiste il prima e il dopo. Il vento, la pioggia, la neve, persino il troppo sole hanno reso friabili i monconi delle abitazioni sopravvissuti all'ondata di distruzione che il 6 aprile 2009 alle 03:32 ha squarciato l'anima della città. La cronologia degli eventi si trova su tanti siti e blog in internet. Pochi libri affrontano tutti gli aspetti di questa catastrofe, tra loro Il buco nero di Giuseppe Caporale (Garzanti), narra la lunga tragedia.

Su ogni casa, a lato del portone, c'è una fotocopia con un numero: 706, 707, 708, indicano i rilievi di Protezione civile e Vigili del Fuoco. La vita economica e sociale del centro si è fermata a quel giorno d'aprile: in panifici e pizzerie - ancora chiuse - si intravedono le offerte del giorno. Di quel giorno. Un cartello più recente propone: "Vendesi". Camminando vicino alla zona rossa si vedono oggetti abbandonai a terra, segno di un ritorno alla rinfusa per recuperare oggetti necessari, qualche intimo ricordo e via. Pezzi di mattoni, schegge di mattonelle, un vaso rotto, un calzino. O, per contro, strade pulite e vuote, piantonate dalla camionetta degli alpini. E nella zona rossa l'erba pian piano si fa strada sui marciapiedi e nelle fessure delle crepe. Neanche una formica, nemmeno uno scarafaggio. Tutto è immobile, privo di vita. Fa paura. Non c'è un senso, non c'è un perché. C'è solo un quando e un dove. E un vuoto che è assenza della socialità di una città che vive e brulica dell'attività dei suoi cittadini. Le case sono gusci vuoti abbandonati. Se la casa è luogo della cura, nido degli affetti, comprendo perché qualche aquilano si aggira la mattina presto tra le vie della città, le chiavi strette in mano, mostrando insofferenza verso il turista curioso. Il concetto di casa non è una mera lista di elementi essenziali (muri, soffitti, porte), ma il luogo della sicurezza, dell'espressione libera di sé, della solidità, sede delle radici e dell'equilibrio. Perciò si dice "sentirsi a casa". Una città senza i suoi cittadini è morta.

CROLLO DEL TURISMO E RICOSTRUZIONE

L'Aquila poco prima del terremoto, anche per la vicinanza a Roma, era meta del crescente turismo mordi e fuggi. Oggi perfino il turismo sportivo-naturalistico è fermo: l'Abruzzo, dicono gli operatori locali, è invendibile. Le bellezze artistiche e architettoniche aquilane richiamavano il turismo culturale, oggi sostituito dagli appassionati di "archeologia contemporanea". Gli aquilani chiamano "Pompei" o "Beirut" le zone in cui il terremoto ha fatto i danni peggiori. Quartieri oggi visitati da curiosi attratti dalla catastrofe. Una fotocopia posta da un abitante in uno dei quattro cantoni del centro - una delle tante che dà voce a una cittadinanza che partecipa, da esclusa, a una ricostruzione cui non si sente coinvolta - indirizza i turisti a sinistra verso "Pompei" e a destra verso i "Dormitori pubblici periferici provvisori", ovvero le New Town. Ne sono state create 19 e sono state trasferite qui la maggior parte della popolazione e le attività commerciali che hanno chiuso i battenti nel centro storico. Difficile comprendere la regia di una discutibile ricostruzione: il 50% delle case sarebbe agibile, il 30% non lo è, il restante 20% necessita di ristrutturazioni. Con grande frustrazione della popolazione. La nuova Pompei è diventata l'attrazione più importante: perché la gente vuole rendersi conto di persona della devastazione e del dolore, ma talvolta lo fa senza entrare con la giusta umiltà. Intere comitive vanno a vedere non solo le chiese con i danni irreparabili e le ristrutturazioni impossibili, ma anche le zone dove le case sono state rase al suolo e le macerie di quelle che hanno ospitato i corpi di chi non è riuscito a mettersi in salvo.  

Se oggi l'Abruzzo è "invendibile", viene da chiedersi di chi è la responsabilità? Di una regione con un patrimonio naturalistico straordinario che non fa niente per promuoverla? La popolazione ha già a che fare con l'inedia, è in una fase difficile, di rassegnazione diffusa, di rimarginazione delle ferite. Tornare in centro a vedere la propria casa è un dolore lancinante. Come in natura il bosco avanza a rimangiarsi ciò che non è più degli uomini, così qui è avanzata l'esclusione degli aquilani da molte scelte fondamentali per la ricostruzione della loro città. Svuotata, come le loro case. Così si sente la gente del centro, che ora vive a macchia di leopardo da qui alla costa. Molti sono uniti nel dolore di una perdita lacerante che ha distrutto non solo cose materiali, ma anche anime, relazioni sociali: è l'intero tessuto di una comunità che è stato disintegrato.

RITROVARE LA SPLENDIDA NATURA DELL'ABRUZZO

Andare a L'aquila oggi ha un senso se si entra in punta dei piedi, con l'intenzione di dedicare del tempo anche alla meravigliosa natura selvaggia che la circonda. L'ambiente di montagna media, a un quarto d'ora dal centro, offre scenari molto diversi da quelli alpini. I sentieri, inselvatichiti perché poco praticati, contrastano con i paesini medioevali dove la vita fluisce tranquilla. Percorrerli a piedi è un modo per godere della bellezza della natura. Uno dei migliori trekking a piedi è intorno al poco noto Monte Velino (2489 m). L'itinerario, compreso tra i 770 e i 2075 m di altitudine, attraversa il Parco Naturale Regionale Silente Velino e la Riserva Orientata della Forestale; si percorrono due valli di origine glaciale che conducono nel cuore della montagna, tra rocce e ghiaioni, oltre i 2000 metri di quota. Il trekking offre anche attrazioni storiche e culturali. Il sito archeologico di Alba Fucens, antica città equa e poi romana, con anfiteatro e chiesa romanica di San Pietro. La chiesetta romanica di Santa Maria in Valle Porclaneta. I paesini medievali che conservano il fascino antico, le greggi al pascolo, l’incontro con i pastori. Storia, natura, civiltà agro-pastorale e buon cibo.

RISCOPRIRE L'ABRUZZO A DORSO D'ASINO

Percorre i sentieri a passo d'asino è un modo speciale per entrare a contatto con la gente del posto, ascoltarla, conoscere il territorio dalla voce di chi lo ama. Gli abruzzesi sono aperti e aprono le porte delle loro case. Non c'è fretta di arrivare ma solo il gusto del percorrere, che fa entrare in sintonia con il paesaggio. L'agriturismo Casale Le Crete propone trekking a dorso di asino tra tratturi e sentieri della regione. L' itinerario da Introdacqua a Tagliacozzo, nell'interno dell'Abruzzo, ripercorre - dopo tanto abbandono - le antiche vie di collegamento tra la valle di Sulmona e la Marsica, la Via Valeria attraversata dai romani, tra mito e agiografia da San Francesco, poi dai pastori transumanti, ma anche dai viaggiatori inglesi nel ‘700 e ‘800 (Edward Lear tra gli altri). Si dorme in confortevoli agriturismi biologici dove si producono formaggi, si recuperano antiche varietà di grano, mele, legumi; ma anche in più spartani rifugi sotto la montagna. Si parte da Introdacqua, si sale il Monte Genzana per arrivare al borgo più bello d’Abruzzo, Scanno, la cittaduzza dal sapore orientale; da qui a Castrovalva e all’oasi del WWF delle Gole del Sagittario, poi Anversa, Cocullo, e il passo di Forca Carusa, da sempre punto di transito tra valle Peligna e Marsica. In L’avventura di un povero cristiano, Silone riferisce che qui San Francesco “arrivò attraverso Forca Caruso, sopra un asino, ma nelle salite e quando non era attorniato dalla folla, preferiva camminare a piedi”. Si scende poi ad Aielli e all’imbocco delle gole di Celano. E sotto il Monte Velino, tra voli di grifoni e paesaggi mozzafiato. E l’ultimo giorno si toccano Alba Fucens e i Piani Palentini per poi rientrare al Casale Le Crete.

 * Valentina Musmeci è l'autrice di Dove pensano gli asini, Curcu & Genovese,  Trento 2011, 12 euro.

Agriturismo Casale Le Crete
Parco Naturale Regionale Silente Velino
Riserva Orientata della Forestale
Sito su terremoto e ricostruzione a L'Aquila
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Curcu & Genovese Editore
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