L'ARTICO É IL FULCRO DEI PROBLEMI AMBIENTALI

Buco dell'ozono, scioglimento della calotta polare, corsa al petrolio, aumento della navigazione e rischio di estinzione per gli orsi bianchi.

L'effetto serra ha accelerato lo scioglimento della calotta polare, un fenomeno che ha permesso la navigazione estiva di molte acque del Mar Glaciale Artico, dal mitico Passaggio a Nord-ovest in Canada (attraversato per la prima nel 2011) allo Stretto di Bering e al russo Mare di Barens, percorso da alcuni anni dalle petroliere. Nel tratto tra Europa e Asia il traffico è aumentato dalle 2 navi del 2009 alle 18 del 2011, perchè via Artico la navigazone tra Vecchio Continente ed Estremo Orientre si riduce di 7000 km rispetto alla tradizionale rotta via canale di Suez. E si prospetta lo sviluppo come scali per containers di porti ora molto marginali come Adak in Alaska e Kirkenes in Norvegia. La navigabilità di nuove aree artiche ha generato l'estate scorsa un boom del turismo d'avventura in tutte le regioni polari boreali (fonte Time) col relativo impatto che comporta. Lo scioglimento dei ghiacci ha dato però il via a fenomeni molto più preoccupanti del turismo: nuovi territori di pesca, esplorazioni minerarie e, soprattutto, la corsa al petrolio in una delle ultime regioni incontaminate del Pianeta. Non rispettando il suo programma elettorale, anche a causa della crisi economica, lo scorso agosto Obama ha autorizzato le trivellazioni per cercare petrolio nel Mare di Beaufort, a nord dell'Alaska, dove si prevede ci siano 27 miliardi di barili. Mentre l'americana Exxon e la russa Rosneft hanno siglato un accordo per sfruttare le risorse dell'area russa del Mar Glaciale Artico dove, secondo lo United States Geological Survey, ci sono 100 miliardi di barili di petrolio (13% delle riserve mondiali) e 47.000 miliardi di m3 di metano (30% delle riserve). Si calcola che sotto la calotta polare artica ci siano il 25% delle riserve globali di idrocarburi. In Alaska come in Siberia le trivellazioni altereranno una delle ultime regioni selvagge, con la sensibilità dimostrata dalle compagnie petrolifere saranno probabilmente interventi devastanti per il fragile ecosistema polare, con danni incalcolabili per la fauna artica. Già minacciata dalla riduzione dei ghiacci. Gli orsi polari ad esempio devono nuotare più a lungo per raggiungere la banchisa dove cacciano le foche. Spesso i loro cuccioli non sopravvivono allo sforzo. In un monitoraggio del United States Geological Survey il 45% dei piccoli non ha raggiunto la meta. È l'ennesima conferma del pessimo stato di salute della fauna artica.

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BUCO NELL'OZONO E RIDUZIONE DEI GHIACCIAI

Come già è accaduto all'Antartide, anche sopra le regioni artiche lo strato di ozono (O3, la forma allotropica dell'ossigeno che protegge tutte le forme viventi dai raggi ultravioletti) si è assottigliato. Nella fascia compresa tra i 18 e i 20 km dalla superficie terrestre è stato distrutto addirittura l'80% dell'ozonosfera (fonte Nature). Il fenomeno è provocato dall'emissione di cloro, fluoro, carbonio e bromo (usati per il funzionamento di frigoriferi, condizionatori, estintori e solventi), gas messi fuori legge dal protocollo di Montreal del 1989, ma ancora presenti e nocivi nei vecchi impianti, uno degli aspetti più preoccupanti dell'inquinamento atmosferico. A causa dell'assottigliamento dello strato di ozono sul Polo Nord (in controtendenza col livello globale del fenomeno) e del conseguente surriscaldamento delle regioni polari boreali, i ghiacciai boreali la superficie della banchisa polare (permafrost) si è contratta quest'anno a livelli record: secondo le rilevazioni del National Snow and Ice Data Center (Usa), la calotta che copre il Mar Glaciale Artico misura 1,68 milioni di miglia quadrate (4,35 milioni di kmq) contro i 7,62 milioni di kmq degli anni ’70 (-42%  in 40 anni). Gli scienziati prevedono che, di questo passo, nel 2070 la calotta polare sarà completamente libera dai ghiacci in estate.

ADDIO ORSO BIANCO ?

Il numero di esemplari di orso polare (Ursus maritimus) è in costante calo in Groelandia e nelle isola Svalbard (Norvegia), il calo è meno drammatico in Canada e quasi irrilevante in Alaska.  Comunque nella baia di Hudson (Canada) negli ultimi 15 anni c’è stato un calo di circa il 20%: da 1100 a 900 esemplari. Si stima ci siano da 20 a 25 mila esemplari nell’Artico circumpolare, tra Alaska, Canada (60% di tutta la popolazione), Russia, Groenlandia e Svalbard. La sopravvivenza del plantigrado bianco è minacciata dalla combinazione di surriscaldamento globale (all'Artico la temperatura è salita di 4 gradi in 100 anni) e inquinamento chimico (accumula questi rifiuti soprattutto sotto le zampe). L’effetto serra e il conseguente scioglimento dei ghiacci artici porta questi animali al cannibalismo e a lunghi viaggi suicidi alla ricerca di prede (cibo). Senza banchisa l’orso bianco non sopravviverà. Secondo il National Water Research Institute del Canada, oggi i principali imputati del declino della specie sono i polibrominati difenili (PBDE), lipofilici che si accumulano al vertice della catena alimentare (gli orsi li acquisiscono dal grasso di foca di cui si nutrono), responsabili dello pseudo-ermafroditismo che impedisce a molte femmine della specie di riprodursi. I PBDE si accumulano in modo piramidale dalla preda al predato: in alcuni orsi sono state rivelate quantità 70 volte superiori a quelle delle foche della stessa zona. Il problema è peggiore tra Groenlandia e Norvegia perché hanno un sistema marino chiuso, le acque hanno poche possibilità di fuoriuscita. Secondo International Union for Conservation of Nature che segue il fenomeno, il numero globale di orsi polari è destinato a calare del 30% entro il 2050.

RISERVA IDRICA DI UN PIANETA PIÙ ARIDO

Una proiezione sul futuro delle regioni artiche è stata elaborata da Laurence C. Smith, geografo della California University nel libro 2050 (Einaudi, 2011). In sintesi: a metà del secolo gran parte delle fonti non rinnovabili (petrolio, gas, minerali) saranno esaurite, sarà quindi inevitabile in un Pianeta abitato da 9 miliardi di uomini (stima ottimista solo più 30% in 40 anni) cercare nuove risorse nel grande Nord. Anche perché nel frattempo, a causa del surriscaldamento globale (2°C rispetto a oggi) gran parte della calotta glaciale sarà sciolta in estate, stagione durante la quale saranno navigabili anche da grandi petroliere il Mare di Barens (lo è già da un paio di anni), il Mare Glaciale Artico, il Passaggio a Nord-Ovest e lo Stretto di Bering. L’Artico diventerà la nuova frontiera mineraria: sotto i ghiacci del nord si trova un quarto delle riserve planetarie di idrocarburi, già il 20% del Pnl russo deriva da gas e petrolio estratti in regioni artiche. A causa dell’asperità del territorio (via i ghiacci resterà fango invalicabile) si svilupperanno solo insediamenti costieri e cresceranno a dismisura i porti: Nuuk in Groenlandia, Churchill in Canada, Yakutsk in Siberia. Oltre all’estrazione di minerali, la grande ricchezza sarà l’acqua dolce, perché i cambiamenti climatici prodotti dall’effetto serra avranno ridotto le precipitazioni (fino al 30%) nelle fasce temperate (45° parallelo) e in quelle tropicali, in macroregioni come India e Nord Africa dove è previsto il massimo sviluppo demografico. Le megalopoli di queste regioni sempre più aride potranno essere dissetate con navi cisterna che si riforniranno nell’Artico. O con grandi canalizzazioni, come il progetto russo Sibaral per convogliare l’acqua della Siberia nell’arida Asia Centrale, 2400 km più a sud. Inevitabile l’alterazione dell’habitat artico con ricadute sulla fauna, soprattutto sulle specie (come l’orso bianco) che non saranno in grado di adattarsi ai drastici mutamenti.

CHI COMANDA AL POLO NORD ?

A differenza dell'Antartide, qui la calotta polare non copre terra emersa ma il Mare Glaciale Artico, perciò al di là delle poche miglia di acque territoriali al largo di isole e coste delle 8 nazioni (7 ospitano popolazioni etniche) che circondano questo mare non c'è alcuna giurisdizione nazionale. L'unica tutela è costituita dalla Convenzione dell'Onu sul Diritto del Mare, ratificata nel 1982 da molti Paesi ma non dagli Stati Uniti. Un esempio dispotico della politica artica arriva dalla Russia, dove tutte le decisioni sugli interventi minerari e navali nel Mare di Barens vengono prese a Mosca senza consultare Nenet, Aleutini, Inuit, Sami e gli altri gruppi etnici, i primi a pagare le alterazioni ambientali.


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28/10/2011
International Union for Conservation of Nature
National Water Research Institute del Canada
Wwf sull’orso polare (in italiano)
Barents Euro-Arctic Council
United States Geological Survey
National Snow and Ice Data Center (Usa)
United Nations convention on the law of the sea
Laurence C. Smith 2050
Progetto russo sibaral
Carbon Dioxide Information Analysis Center
National Academy of Sciences of USA (pubblicazioni)
Intergovernmental panel on climate change
Studi Nasa su riscaldamento globale e oceani