PATRIMONIO DELL'UMANITÀ O MARCHIO PUBBLICITARIO ?

Entrare nella World Heritage List è spesso un mezzo per implementare il turismo più che per conservare la peculiarità di città, aree, siti o meraviglie naturali.

La World Heritage List dell'Unesco ha senza dubbi il merito di proteggere e preservare monumenti, beni culturali e bellezze naturali sparsi per il mondo. Così dalla sua istituzione nel 1972, ratificata da 186 stati, sono oggi iscritti nella sua lista come Patrimonio dell'Umanità 936 siti: 725 beni culturali, 183 meraviglie naturali (montagne, deserti, lagune, foreste, ecosistemi) e 28 realtà promiscue in 153 nazioni. L'Italia, grazie all'immenso patrimonio artistico e architettonico, è il Paese con più siti protetti dall'Unesco: 47 tra città, centri storici e monumenti e 3 aree naturali (Dolomiti, Isole Eolie e Monte San Giorgio). Ed è in discussione la candidatura dell'area Langhe, Roero, Monferrato (Piemonte).

CANDIDATURA COME MEZZO PUBBLICITARIO

La candidatura a entrare in questa lista è però purtroppo sempre più usata come un veicolo per implementare il turismo (e a volte il mercato immobiliare) più che per conservare la peculiarità di città, area, sito o natura. Per molte realtà, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, entrare nella World Heritage List significa ottenere il riconoscimento ufficiale della loro capacità di attrazione turistica. Così un'iniziativa nata per proteggere 'i capolavori del genio umano' (come recita il primo criterio di selezione culturale) e i 'superlativi fenomeni naturali di eccezionale bellezza e importanza estetica' spesso diventa un marchio pubblicitario.

ALCUNI CATTIVI ESEMPI

Un fenomeno sempre più evidente in Asia, dove gli stupendi centri storici di cittadine di Laos, Vietnam e Cina, dopo la loro iscrizione nella World Heritage List sono state invasi dal turismo di massa, che le ha profondamente cambiate. Luang Prabang (antica capitale del Laos), Hoi An (quattrocentesco crocevia vietnamita dei commerci navali tra Sud-Est Asiatico, Europa ed Estremo Oriente) o Lijiang (antica città con case in legno e canali abitata dall'etnia Naxi nello Yunnan cinese) in pochi anni hanno decuplicato gli arrivi, trasformato le antiche dimore in alberghi, ristoranti, bar e negozi di souvenir. E hanno dato libero sfogo alla costruzione di edifici che replicano quelli tradizionali (fenomeno per fortuna solo asiatico), per soddisfare la domanda immobiliare dell'industria del turismo senza alterare l'estetica delle antiche città. Sono sempre più simili a parchi tematici di forte impatto estetico, ma in fondo vittime della globalizzazione dei consumi prodotta dal turismo di massa. Mentre il patrimonio da conservare dovrebbe essere anche quello umano con mestieri, tradizioni e stili di vita. E per assistere allo snaturamento dei centri storici non bisogna andare così lontano, basta guardare allo svilimento culturale di molte nostre città d'arte - Venezia e Firenze in testa - trasformate da decenni in fiere per appagare la domanda turistica con un susseguirsi di negozi di souvenir, presunti prodotti tipici, pizza al taglio e bar che servono anche il caffè espresso in tazze da cappuccino.

STATICITÀ ESTETICA O DINAMISMO CULTURALE ?

É chiaro che il turismo è una grande risorsa economica, ma questo aspetto deve essere coniugato con la dignità culturale, tanto più in Paesi e realtà con radici profonde. L'Unesco non si è mai pronunciata su questi fenomeni di deterioramento culturale. Mentre si è subito mobilitata contro gli interventi che alterano l'integrità estetica dei siti. Come nella Valle dell'Elba (Germania del Nord) , eliminata dalla lista nel 2009 dopo la costruzione di un ponte a quattro corsie 'nel cuore del paesaggio culturale'. O nei centri storici di Siviglia e Liverpool, minacciati di essere cancellati dalla lista, dopo la costruzione di alcuni edifici moderni. Arriverà il cartellino rosso anche per Venezia considerando l'avveniristico ponte di Calatrava? La politica dell'Unesco sembra apprezzare più la staticità estetica che il dinamismo culturale.


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