ULTIMO FISCHIO A LA GOMERA

Nella piccola isola delle Canarie, fuori dai grandi flussi turistici, sopravvive un arcaico sistema di comunicazione, il fischio.

Sul traghetto appena arrivato da Tenerife, una donna di mezza età si porta due dita alla bocca ed emette un lungo fischio, modulato come il verso di una canzone. Tra lo stupore dei turisti e l'indifferenza degli isolani, spezza la noia dell'attesa tra i passeggeri in coda per sbarcare a La Gomera, una delle isole più piccole, remote e meno frequentate delle Canarie. Dalla banchina del molo un uomo le risponde con una zufolata a cui lei replica con un altro breve sibilo. Ho letto su di una guida di La Gomera dell'abitudine degli abitanti di comunicare fischiando, ma non pensavo di incappare in questo costume ancora prima di mettere piede nell'isola. Chiedo spiegazioni ai passeggeri. La mia curiosità è appagata dalla vicina di coda, una giovane isolana che mi traduce i silbos appena uditi. <Sono sulla nave in coda> ha fischiato la donna. <Ti aspetto qui sul molo> le ha replicato il marito. <Va bene, a tra poco> ha confermato lei.

In questa piccola isola, appena 27 chilometri di diametro tra montagne separate dai barrancos, i ripidi burroni, il fischio è da secoli il più comune mezzo di comunicazione tra i 23.000 abitanti. <Se le interessa la nostra tradizione del silbo vada ad Agulo, un villaggio nel nord dell'isola, la vivono i maestri del silbo> mi spiega la giovane donna mentre i passeggeri si disperdono sulla banchina di San Sebastián, il capoluogo di La Gomera.

UN'ISOLA IMPERVIA

Isola piccola quanto impervia. La GM1 che unisce San Sebastián ad Agulo, via Lomo Fragoso ed Hermigua, è una ripida strada di montagna con forti pendenze, tunnel, un'infinità di curve a gomito e viste panoramiche su spettacolari formazioni rocciose, boschi, piantagioni di banane (la principale coltura dell'isola) e arditi terrazzamenti coltivati con la varietà locale di palma, la Phoenix canariensis (a La Gomera ci sono 150.000 esemplari). Il paesaggio diventa ancora più spettacolare quando l'arteria scende sul mare, a Playa de Santa Catalina, una mezzaluna di sabbia bordata da migliaia di banani.

IL MAESTRO DI FISCHIO

Arrivato ad Agulo in un assolato pomeriggio, incontro José, un anziano che riposa su di una panca all'ombra di un fico indossando un cappello di paglia a falde larghe. <Lei sa fischiare?> gli chiedo. <Non più, perché mi mancano i denti> mi risponde l'uomo con una fragorosa risata a tutta gengiva. Josè, felice di parlare con qualcuno, è un fiume in piena sui più diversi argomenti. Approfitto di un momento in cui tira il fiato per chiedergli dove trovo un maestro de silbo. <Cerca Lino, è il direttore del Colegio de Silbos> risponde José. <Dove lo trovo?> chiedo. <Avanti, poi a destra, a sinistra, di nuovo a destra e ancora a sinistra, chiedi lo conoscono tutti> taglia corto José.

Tra il labirinto di stradine acciottolate e le case colorate che ricordano l'America Latina, Agulo è un borgo più che una cittadina. Chiedo informazioni su dove trovare Lino a ogni donna che incontro affacciata alla finestra, tutte mi indicano la via tra vicoli e piazzette. Chiedo loro se fischiano, la maggioranza risponde che non lo fa più ma per le loro madri e loro nonne era un'attività quotidiana: <Fischiavano per chiamare a casa per il pranzo i mariti impegnati nel lavoro dei campi. Per recuperare i bambini distratti nei giochi con i coetanei. Per spettegolare con le amiche>.

Finalmente incontro Lino che - schivo - dapprima si nega, ma dopo pochi minuti comincia a raccontare con orgoglio: <Fischiare è stata un'attività fondamentale in questa briciola di terra con montagne impettite e vertiginosi terrazzamenti agricoli, dove in passato gli abitanti hanno comunicato zufolando intere frasi con sibili che, rimbalzando tra le pareti di roccia, raggiungevano il destinatario fino a tre o quattro chilometri di distanza. Il fischio scandiva l'attività quotidiana, comunicava uno stato d'animo o un bisogno, annunciava nascite e morti>.  Lino Rodriguez Martin - 70 anni -  dirige il Colegio de Silbos, una scuola - con sede ad Agulo e corsi in sei villaggi dell'isola - per imparare a fischiare. Un'attività altrove considerata anacronistica quando non  fastidiosa, a La Gomera è vista come un patrimonio culturale. Oggi che ci sono i cellulari, la scuola di Don Lino serve a conservare la memoria, l'identità dell'isola che per secoli funzionò da ponte tra l'Europa e l'America Latina (da qui partì anche Cristoforo Colombo), perché è sulla rotta degli Alisei, ma oggi è dimenticata, abbandonata alla sua assolata malinconia.

Don Lino guarda l'orologio, porta le dita alla bocca e fischia: <Sono le quattro, siete in ritardo>. <Un minuto e siamo lì> risponde un sibilo e, dopo poco, due ragazze spuntano nella via. Sono allieve del Colegio de Silbos.

WHALEWATCHING E TAVOLE VEGETARIANE 

Non ha invece più l'energia per fischiare, Efigenia che a 77 anni gestisce a Las Hayas di Valle Gran Rey, tra le montagne al centro dell'isola, il ristorante Montaña: tavola vegetariana di piatti tradizionali delle Canarie, come il gofio (una sorta di polenta), con tanto di orto e vigna biologici. Mentre più che ai fischi degli uomini pensa ai sibili dei cetacei Francisco Villa Lobos Tudela, 49 anni, fuggito cinque anni fa dallo stress della libera impresa a Barcellona, che oggi vive portando i visitatori ad avvistare delfini e balene nel canale che separa La Gomera da Tenerife, dove vivono o transitano 24 specie di mammiferi marini. Fischia ancora il gestore di Casa Maria, a Valle Gran Rey, una pensione a tinte pastello, dove si pagano dieci euro a notte per stanze con bagno in comune ma terrazzino privato con fiori e vista su mare e playa, un crocevia di destini diversi, tra vecchi hippy, pittori e scrittori in cerca di silenzio e ispirazione, frequentatori della vicina spiaggia nudista, donne e uomini di tutte le età in cerca di nuovi amori in un'isola che sembra precipitata ai confini del mondo.

Meno di un'ora di traghetto mi riporta nel porto di Los Cristianos, nella turistica Tenerife. Appena sbarcato sento un susseguirsi di fischi proveniente dalle auto in coda. <Non si preoccupi, sono quegli svitati di La Gomera, loro si parlano così> mi spiega un addetto del porto scuotendo la testa.

Pubblicato su Azione (Ch) il 26 agosto 2013

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