IN ROMPIGHIACCIO NELLO STRETTO DI HUDSON

Crociera nelle selvagge acque del nord canadese, tra orsi polari, foche, buoi muschiati, iceberg e villaggi Inuit

Sono le guide Inuit armate di fucile, le prime a sbarcare dagli Zodiac (gommoni a sei comparti) durante le escursioni, perché l’orso bianco è la prima attrazione ma anche il maggiore pericolo per chi visita le regioni polari del Canada. L’Ursus maritimus è il più grande carnivoro terrestre, un animale alto tre metri e mezzo per 800 chili di peso. Fornito di uno strato di12 centimetri di grasso sotto la pelliccia per sopportare gli inverni artici. E dotato di uno straordinario fiuto: sente l’odore di una carogna di balena a 100 miglia di distanza. Nel nord del Canada ce ne sono 15.000 capi, il 60% della popolazione mondiale. Sono animali timidi quanto aggressivi, non è facile vederli durante la spedizione in rompighiaccio. Il più vicino l’avvistiamo durante una crociera in Zodiac nelle Button Islands. Un incontro fugace come quello con gran parte della fauna che popola la regione: foche, trichechi, unicorni marini, balene, delfini, buoi muschiati, caribù, lupi, volpi, lepri e lemming (piccoli roditori artici).

La spedizione, a bordo della rompighiaccio russa Lyubov Orlova, parte da Kuujjuat. Il capoluogo del Nunavik – significa ‘Terra abitata’, la regione più settentrionale del Quebec con appena 11.000 abitanti, per lo più Inuit, su un territorio grande quasi il doppio dell’Italia con l’economia incentrata su miniere (rame e nichel), pesca di sussistenza e poco turismo. Kuujjuat è una cittadina di 2200 abitanti formata da case sparse e spettacolari edifici pubblici. Centro culturale, centro servizi e piscina coperta realizzati grazie ai 12 milioni di dollari dati dal governo del Quebec per compensare i danni provocati dalla nuova diga sul fiume Caniapiscau: ha reso più ardua la navigazione dalla città all’Hudson Strait e decimato i caribù, la tradizionale preda degli Inuit, la loro prima risorsa alimentare. Le colline di Kuujjuat sono dominate dagli inuksuk, cumuli di pietra con forme antropomorfe usati dagli Inuit come punti di riferimento nel paesaggio: hanno probabili origini sciamaniche vista la somiglianza con gli ovoo dei Mongoli, l’etnia originaria degli Inuit, che attraversarono lo stretto di Bering 4500 anni fa.

La prima escursione è a Fort Chimo, dove – tra muschi, fiori e uccelli marini - si trovano i resti di una base della Hudson’s Bay Company, la società che per secoli acquistò le pellicce di foca dagli Inuit in cambio di fucili e attrezzature. Dopo il divieto di cacciare le foche si è trasformata nella catena di supermercati Northern, presenti in tutto il nord canadese.

La nave raggiunge Ungava Bay, dove il mattino dopo sbarchiamo per un trekking a Killiniq, sede di una stazione meteo dismessa. Il pomeriggio crociera in Zodiac a Button Islands tra ghiacciai, montagne e orsi bianchi. Poi affrontiamo l’Hudson Strait: prende il nome dal capitano inglese Henry Hudson che nel 1607 percorse lo stretto e scoprì la baia che porta il suo nome durante il primo viaggio alla ricerca del ‘Passaggio a Nord-Ovest’, la via di collegamento con la Cina via America. Un obiettivo che impegnò la marina britannica per tre secoli, senza successo. Le esplorazioni della regione portarono però all’incontro con Inuit e con fauna artica, e posero le basi della Hudson’s Bay Company. Solo nel 1905, il norvegese Roald Amundsen (il conquistatore del Polo Sud) scoprì l’agognato ‘Passaggio a Nord-Ovest’ a bordo di un peschereccio con appena sei uomini di equipaggio.

Ci svegliamo in un mare coperto di iceberg davanti a Lower Savage Island dove, durante la crociera in Zodiac avvistiamo una foca impegnata nella pesca: si tuffa tra blocchi di ghiaccio e riemerge a centinaia di metri di distanza. Le foche hanno un eccezionale fiuto, sentono l’odore del pesce attraverso il ghiaccio. Poi sbarchiamo in una piccola baia coperta di fiori e dominata da una cascata. Nel pomeriggio, nuova spedizione alla ricerca di orsi tra scogliere e cascate di Nannuk Harbour, sulla costa sud di Baffin Island, la grande isola canadese che fronteggia la Groenlandia. La sera, nonostante temperature attorno allo zero, l’equipaggio russo allestisce una cena barbecue sul ponte di poppa. Il mattino dopo sbarchiamo a Kimmirut, un villaggio Inuit appoggiato al fondo di una baia. Case in legno con aiuole fiorite delimitate da corna di caribù, galleria d’arte con sculture in pietra saponaria, centro culturale con museo, centro servizi con scuola e palestra, supermercato e la chiesa anglicana, dove assistiamo a una funzione. Gli Inuit si sono convertiti al cristianesimo senza rinunciare alle antiche credenze. Il loro mito della creazione è basato su una geografia totemica, leggende narrano l’origine di fiumi, monti e altri elementi del paesaggio. Il male è rappresentato da giganti non umani che vivono in caverne nelle montagne e divorano gli uomini. Il quotidiano è regolato da doveri e tabù: cantare pescando invoca la sorte, fissare la Luna accorcia la vita, fischiare all’aurora boreale rovina, fare oscillare le alghe fa peggiorare il tempo, mescolarsi con gli animali porta sfortuna.

Nella palestra di Kimmirut assistiamo a un concerto di musica gutturale e a gare sportive Inuit: consistono nel colpire con i piedi uniti un oggetto a quasi due metri da terra spiccando un salto. Il villaggio si trova nel territorio del Nunavut (la Nostra Terra), istituito nel 1999 per dare maggiore autonomia agli Inuit: l’89 per cento dei 33.000 abitanti. Da due generazioni questo popolo indigeno ha rinunciato a case di torba e slitte tirate da cani per prefabbricati e motoslitte. E la fine della caccia alla foca – elemento caratterizzante della loro cultura – ha aumentato il degrado. Alcune centinaia di Inuit hanno trovato uno sbocco nell’arte, la maggioranza ha un lavoro pubblico per far funzionare le infrastrutture, ma uno su tre è disoccupato, l’alcolismo è diffuso e Ottawa versa 15.000 dollari per abitante contribuendo all’89% del budget del Nunavut.

Kimmirut è la base per visitare la Katannilik National Reserve, un parco di 1500 kmq con una spettacolare serie di laghi, un paradiso del trekking formato dal sistema del Soper River. Nel parco si avvistano caribù, lupo, volpe e falco pellegrino. Il giorno dopo sbarchiamo sotto la pioggia a Cape Dorset, una delle più note basi della Hudson’s Bay Company: ha un look da fine del mondo con prefabbricati, container e magazzini in lamiera. È però il principale centro artistico Inuit (vedi box). Una notte di navigazione attraverso l’Hudson Strait ci porta a Douglas Harbour, un ampio fiordo in cui il rompighiaccio getta l’ancora. Si procede in Zodiac per King Gorge Sound, una delle sue due braccia, per sbarcare al fondo dell’insenatura, dove un branco di caribù bruca l’erba e una breve passeggiata conduce a un’impettita cascata. Siamo tornati sulla costa del Nunavik, in Quebec. Il mattino dopo ci svegliamo alle 5 per vedere i buoi muschiati di Diana Island. Abbiamo meno fortuna ad Akpatok, l’isola all’ingresso di Ungava Bay, dove nidificano migliaia di uria (uccelli marini): un forte vento impedisce l’ultimo sbarco. Imprevisti di una spedizione polare.

ARTE INUIT

Per secoli gli Inuit hanno fabbricato aghi, pettini, lance, frecce, coltelli e altri utensili lavorando zanne di tricheco, ossa di balena, denti e pelli di vari animali e pietra saponaria. Dopo la proibizione della caccia alla foca, molti di loro hanno trasformato l’abilità di intagliatori in arte. Solo a Cape Dorset più di 300 artisti scolpiscono orsi, foche e figure antropomorfe nella pietra saponaria, dipingono uccelli e altri soggetti naturali e serializzano le opere con la litografia. Dal 1978 sono riuniti nella Dorset Fine Arts (www.dorsetfinearts.com), una sezione della West Baffin Eskimo Cooperative. Ci sono gallerie d’arte e mercanti che riforniscono Montreal e Toronto, dove le opere Inuit costano il triplo. La prima a commercializzare le loro sculture fu, a inizio Novecento, la Hudson’s Bay Company, ma il riconoscimento di critica e mercato arrivò solo negli anni Cinquanta, dopo che lo scrittore James Huston (vissuto per 14 anni con gli Inuit) divulgo stile di vita e opere di questi indigeni. Alla scoperta degli Inuit di James Huston è pubblicato in Italia da Piemme.

IL NUNAVUT E LA DECADENZA INUIT

Il territorio autonomo Nunavut (in lingua Inuit significa ‘la nostra terra’) è il maggiore del Canada. Occupa una superficie di oltre 2 milioni di kmq, un quinto di quella del Canada, ma ospita appena 33.000 abitanti (l’0,1% della popolazione nazionale, per 89% Inuit) divisi in 25 villaggi. In totale in Canada vivono 55.000 Inuit divisi in 53 comunità sparse tra i territori autonomi di Inuvialuit (Northwest Territories) e Nunavut, e nelle regioni di Nunavik (nord del Quebec) e Nunatsiavut (nord del Labrador). Per proteggere i loro diritti e la loro identità culturale nel 1971 è stato fondato lo Inuit Tapiriit Kanatami (ITK). Questo organismo nel 1976 chiese la formazione di uno stato a maggioranza indigena, ci vollero 23 anni perché nel 1999 fosse creato il Nunavut. Ma la vita degli eschimesi non sembra migliorata, fatta eccezione l’aspettativa d vita passata dai 35 anni degli anni ’40 ai 66 di oggi (molto meno della media nazionale). Qui, come in Groenlandia, la fine della caccia alla foca e agli altri animali da pelliccia, ha segnato il declino culturale degli Inuit. A Cape Dorset reagiscono con l’arte, ma i dati sociali sono più che allarmanti. La disoccupazione è al 15,6% (6,6% in Canada). Il reddito medio è di 21.000 dollari canadesi (26.000 in Canada) generato in gran parte da sussidi e salari governativi. Il tasso di criminalità è 7 volte la media nazionale: il tasso pro-capite è ai livelli del Sudafrica perché abuso di alcol a frustrazione sono origine di continue violenze. Il tasso di suicidio dei giovani maschi (15-24 anni) è 40 volte la media nazionale. L’abuso sui minori è 10 volte la media nazionale. Il 70% dei bambini è sotto alimentato. L’alcolismo è di massa. Il livello di istruzione il più basso del Paese. Mancano metà delle assistenti sociali previste dai piani governativi: nessuno vuole venire a lavorare quassù, dove in inverno si arriva a meno 60°c. Il tasso di natalità è il più alto del Canada: metà della popolazione ha meno di 25 anni. Dati da terzo mondo per la minoranza originaria di uno dei Paesi più ricchi del Pianeta. Ma anche l’ennesima dimostrazione di come la protezione di territorio e fauna si scontrino con la cultura di popolazioni indigene che nella caccia hanno il principale carattere della loro cultura. Una contraddizione che le organizzazioni ambientaliste dovrebbero affrontare liberandosi da idee preconcette.

ADDIO ORSO BIANCO ?

Il numero di esemplari di orso polare (Ursus maritimus) è in costante calo in Groelandia e nelle isola Svalbard (Norvegia), il calo è meno drammatico in Canada e quasi irrilevante in Alaska.  Comunque nella baia di Hudson (Canada) negli ultimi 15 anni c’è stato un calo di circa il 20%: da 1100 a 900 esemplari. Si stima ci siano da 20 a 25 mila esemplari nell’Artico circumpolare, tra Alaska, Canada (60% di tutta la popolazione), Russia, Groenlandia e Svalbard. La sopravvivenza del plantigrado bianco è minacciata dalla combinazione di surriscaldamento globale (all'Artico la temperatura è salita di 4 gradi in 100 anni) e inquinamento chimico (accumula questi rifiuti soprattutto sotto le zampe). L’effetto serra e il conseguente scioglimento dei ghiacci artici porta questi animali al cannibalismo e lunghi viaggi suicidi alla ricerca di prede (cibo). Lo scioglimento dei ghiacci artici sembra inarrestabile: la superficie della banchisa polare (permafrost) è passata dai 7,62 milioni di kmq degli anni ’70 a meno di 5 milioni di kmq di oggi. Tanto che il Mare di Barens è diventato navigabile in estate. E gli scienziati prevedono che, di questo passo, nel 2070 la calotta polare sarà completamente libera da ghiacci in estate. Senza banchisa l’orso bianco non sopravviverà. Secondo il National Water Research Institute del Canada, oggi i principali imputati del declino della specie sono i polibrominati difenili (PBDE), lipofilici che si accumulano al vertice della catena alimentare (gli orsi li acquisiscono dal grasso di foca di cui si nutrono), responsabili dello pseudo-ermafroditismo che impedisce a molte femmine della specie di riprodursi. I PBDE si accumulano in modo piramidale dalla preda al predato: in alcuni orsi sono state rivelate quantità 70 volte superiori a quelle delle foche della stessa zona. Il problema è peggiore tra Groelandia e Norvegia perché un sistema chiuso, le acque hanno poche possibilità di fuoriuscita. Secondo International Union for Conservation of Nature che segue il fenomeno, il numero globale di orsi polari è destinato a calare del 30% entro il 2050.

IL FUTURO DELL’ARTICO: RISERVA IDRICA DI UN PIANETA PIÙ ARIDO

Una proiezione sul futuro delle regioni artiche è stata elaborata da Laurence C. Smith, geografo della California University nel libro 2050 (Einaudi, 2011). In sintesi: a metà del secolo gran parte delle fonti non rinnovabili (petrolio, gas, minerali) saranno esaurite, sarà quindi inevitabile in un Pianeta abitato da 9 miliardi di uomini (stima ottimista solo più 30% in 40 anni) cercare nuove risorse nel grande Nord. Anche perché nel frattempo, a causa del surriscaldamento globale (2°C rispetto a oggi) gran parte della calotta glaciale sarà sciolta in estate, stagione durante la quale saranno navigabili anche da grandi petroliere il Mare di Barens (lo è già da un paio di anni), il Mare Glaciale Artico, il Passaggio a Nord-Ovest e lo Stretto di Bering. L’Artico diventerà la nuova frontiera mineraria: sotto i ghiacci del nord si trova un quarto delle riserve planetarie di idrocarburi, già il 20% del Pnl russo deriva da gas e petrolio estratti in regioni artiche. A causa dell’asperità del territorio (via i ghiacci resterà fango invalicabile) si svilupperanno solo insediamenti costieri e cresceranno a dismisura i porti: Nuuk in Groenlandia, Churchill in Canada, Yakutsk in Siberia. Oltre all’estrazione di minerali, la grande ricchezza sarà l’acqua dolce, perché i cambiamenti climatici prodotti dall’effetto serra avranno ridotto le precipitazioni (fino al 30%) nelle fasce temperate (45° parallelo) e in quelle tropicali, in macroregioni come India e Nord Africa dove è previsto il massimo sviluppo demografico. Le megalopoli di queste regioni sempre più aride potranno essere dissetate con navi cisterna che si riforniranno nell’Artico. O con grandi canalizzazioni, come il russo progetto Sibaral per convogliare l’acqua della Siberia nell’arida Asia Centrale, 2400 km più a sud. Inevitabile l’alterazione dell’habitat artico con ricadute sulla fauna, soprattutto sulle specie (come l’orso bianco) che non saranno in grado di adattarsi ai drastici mutamenti.

ULTIMI DATI SULLO STATO DEI GHIACCIAI ARTICI

21/9/2001 Dalle rilevazioni del National Snow and Ice Data Center (Usa) , la calotta di ghiaccio che copre il Mar Glaciale Artico misura 1,68 milioni di miglia quadrate, molto vicino al record negativo registrato nel 2007 di 1,61 milioni di miglia quadrate. La contrazione è dovuta all'assottigliamento dello strato di ozono sul Polo Nord (in controtendenza col livello globale del fenomeno) e il conseguente surriscaldamento delle regioni polari boreali.

CHI COMANDA AL POLO NORD ?

A differenza dell'Antartide, qui la calotta polare non copre terra emersa ma il Mare Glaciale Artico, perciò al di là delle poche miglia di acque territoriali al largo di isole e coste delle 8 nazioni (7 ospitano popolazioni etniche) che circondano questo mare non c'è alcuna giurisdizione nazionale. L'unica tutela è costituita dalla Convenzione dell'Onu sul Diritto del Mare, ratificata nel 1982 da molti Paesi ma non dagli Stati Uniti. Un esempio dispotico della politica artica arriva dalla Russia, dove tutte le decisioni sugli inverventi minerari e navali nel Mare di Barens vengono prese a Mosca senza consultare Nenet, Aleutini, Inuit, Sami e gli altri gruppi etnici i primi a pagare le alterazioni ambientali.

GLI STATI UNITI CERCANO PETROLIO NEL MAR GLACIALE ARTICO

29/8/2011 Obama ha autorizzato le trivellazioni per cercare petrolio nel Mare di Beaufort, a nord dell'Alaska, dove si prevede ci siano 27 miliardi di barili. Gli Usa iniziano lo sfruttamento delle risorse dell'Artico, sempre più accessibile grazie allo scioglimento della calotta a causa dell'effetto serra, dove si trova il 25% delle riserve globali di idrocarburi. L'intervento può essere devastante per il fragile ecosistema polare.

CORSA AL PETROLIO NELL'ARTICO RUSSO

12/9/ 2011 L'americana Exxon e la russa Rosneft hanno siglato un accordo per sfruttare le risorse dell'area russa del Mar Glaciale Artico dove, secondo lo United States Geological Survey, ci sono 100 miliardi di barili di petrolio (13% riserve mondiali) e 47 miliardi di m3 di metano (30% riserve). Le trivellazioni, rese possibili dal ritiro dei ghiacci causato dall'effetto serra, altereranno una delle ultime regioni selvagge del Pianeta, con danni incalcolabili per la fauna artica.

L'EFFETTO SERRA MINACCIA GLI ORSI POLARI

16/9/2011 All'Artico la riduzione dei ghiacci causata dall'effetto serra costringe gli orsi polari a nuotare più a lungo per raggiungere la banchisa dove cacciano le foche. Spesso i cuccioli non sopravvivono allo sforzo. In un monitoraggio del United States Geological Survey il 45% dei piccoli non ha raggiunto la meta. È l'ennesima conferma del pessimo stato di salute della fauna artica.

BUCO NELL'OZONO SOPRA IL POLO NORD

7/10/11 Come già è accaduto all'Antartide, anche sopra le regioni artiche lo strato di ozono (O3, la forma allotropica dell'ossigeno  che protegge tutte le forme viventi  dai raggi ultravioletti) si è assottigliato. Nella fascia compresa tra i 18 e i 20 km dalla superficie terrestre è stato distrutto addirittura  l'80% dell'ozonosfera. Il fenomeno è provocato dall'emissione cloro, fluoro, carbonio e bromo (usati per il funzionamento di frigoriferi, condizionatori, estintori  e solventi), gas messi fuori legge dal protocollo di Montreal  del 1989, ma ancora presenti e nocivi nei vecchi impianti, uno degli aspetti più preoccupanti dell'inquinamento atmosferico, anche perchè avranno il loro effetto deleterio per ancora 50 anni . Fonte: Nature


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28/06/2011
International Union for Conservation of Nature
National Water Research Institute del Canada
Wwf sull’orso polare (in italiano)
Environment Canada (Ministero dell'Ambiente)
Inuit Tapiriit Kanatami (ITK), la voce degli Inuit
Barents Euro-Arctic Council
United States Geological Survey
National Snow and Ice Data Center (Usa)
National Academy of Sciences of USA (pubblicazioni)
Studi Nasa su riscaldamento globale e oceani