NEL CUORE ROSSO DELL’AUSTRALIA

Tra i deserti e le straordinarie formazioni rocciose che circondano la città di Alice Springs. Tra storie di pionieri e una comunità aborigena che si riscattata con l'arte.

Canoe risalgono il Todd River, a spingerle non è l’acqua bensì le gambe di robusti giovanotti che, attraverso il fondo bucato delle barche, corrono sul letto asciutto del fiume. È la Henley-on-Todd, la regata burlesca di Alice Springs, una metafora della ruvida vita della frontiera. Tra negozi, gallerie d’arte aborigena, cyber cafe e ristoranti del Mall sembra d’essere in una città. Ma basta salire su una delle colline che la circondano per capire che è in mezzo alla desolazione: terra rossa e screpolata, rari alberi e ovunque spinifex, cespugli spinosi che rotolano nel vento. Cosa ha spinto l’uomo in questo nulla riarso da temperature estive sui 45 gradi ? Il primo bianco ad arrivare quassù fu nel 1830 Charles Sturt, l’esploratore che scoprì il Simpson Desert. L’oro trovato nel Victoria finanziò nuove spedizioni: nel 1862 John Douall Stuart tagliò il continente da Adelaide da Darwin; oggi porta il suo nome la highway di 3000 chilometri che lega le due capitali. Sulla pista tracciata da Stuart, otto anni dopo, furono posati 36.000 pali per collegare col telegrafo il sud a Darwin, già allacciata a Londra via Singapore, Bombay e Aden. Al centro del continente, poco a sud del Tropico del Capricorno, fu costruita la Telegraph Station attorno a cui sorse Alice Springs. Oggi l’antica stazione telegrafica in riva al Todd River, adibita a museo, è meta di turisti australiani assetati di storia.

ALICE SPRINGS, TERRA DI PIONIERI

La città, ha 26.000 abitanti, si sviluppò lentamente tra la scoperta di filoni auriferi ed empori per rifornire gli allevatori. Il boom arrivò pochi decenni fa col turismo, quando si scoprì che oltre quel paesaggio disperato c’erano canyon, deserti di dune, montagne, monumentali formazioni d’arenaria e monoliti che presto sarebbero diventati il simbolo stesso dell’Australia. Capolavori naturali in parte compresi nel MacDonnell Range, la catena che taglia il Red Centre per 400 chilometri. Ma quest’anno l’attrazione maggiore è il Simpson Desert, dove eccezionali piogge hanno fatto crescere migliaia di fiori bianchi e gialli sulle dune di sabbia rossa. Lo si raggiunge in fuoristrada su uno sterrato che corre a sud-est di Alice tra fattorie per l’allevamento di bovini e dromedari. Poi i pascoli cedono a dune, sempre più alte man mano che ci avvicina alla Old Andado Station, un antico insediamento oggi diviso tra diversi allevatori. Qui, in una casa di legno e lamiera, vive sola Molly Clark, una donna di 82 anni nata nell’outback: la sua abitazione è circondata da dune torreggianti che sembrano incendiarsi alla luce del tramonto. Scenario fantastico ma chi altro resisterebbe in quest’eremo. I vicini sono in una fattoria a un’ora d’auto. Attorno a casa Molly ha allestito un’area campeggio con tettoia, tavoli e alcuni bungalow. Dormiamo sotto le stelle nello swag, il letto dell’outback: una sorta di sacco a pelo impermeabile con materassino, lenzuola e cuscino incorporati.

DESERTI E PAESAGGI LUNARI

Ripartiamo all’alba, dopo un mare di dune rosse passiamo per la cittadina aborigena di Finke (traguardo d’un famoso rally) e raggiungiamo Chambers Pillar: un impettito monolito rivolto al cielo come il dito d’un gigante. È stato formato da sedimentazioni di sabbia 340 milioni di anni fa, quando l’Australia faceva parte di Gondwana, il megacontinente paleozoico che inglobava anche Antartide, India, Arabia, Africa e Sudamerica. Non lontano, a sud del Finke River, si fa tappa a Henbury: uno scenario lunare con dodici  enormi crateri creati dalla caduta di meteoriti, il maggiore è profondo 15 metri e ha un diametro di 180. Tornando verso Alice, si devia dalla Stuart Highway per vedere la Rainbow Valley, dominata da un anfiteatro con rocce rosso mattone alternate ad altre rosa e bianche. Uno spettacolo originato dal fenomeno geologico della lisciviazione: comune nel Red Centre, è la migrazione verso il basso (causata dall’acqua) degli elementi solubili della pietra, un processo che in milioni di anni ha provocato l’indurimento per ossidazione e la conseguente colorazione rossa della parte superiore delle rocce.

CANYON E MONOLITI

A ovest di Alice la visita è facilitata dai Larapinta e Namatjira Drive, le strade asfaltate che inseguono il MacDonnell Range. Deviando da queste arterie s’incontrano canyon spettacolari come Simpson’s Gap, Standley Chasm, Ellery Gorge, Serpentina, Glen Helen e Palm Valley. A sud-ovest il Red Centre indossa i panni colossali del Kings Canyon e di Ayers Rock, i siti più battuti, serviti da strade e alberghi, visitati con bus e voli panoramici. Scavato da diversi fiumi sull’altopiano del George Gill Range, il Kings Canyon è il maggiore dell’Australia, tra ripide pareti alte oltre 100 m racchiude Lost City, un grappolo di rosse cupole calcaree. E Garden of the Eden, un’insenatura con palme, felci, rampicanti e fossili vegetali: la dimostrazione della capacità d’adattamento di queste piante alle lunghe siccità del Red Centre. Più a sud, tra un paesaggio piatto e monotono, s’incontra Ayers Rock, il maggiore monolito della Terra: una masso lungo 3600 m e alto 348, con una circonferenza di 9 km. Come i trentasei coni che disegnano i vicini Monti Olgas, è formato da sedimentazioni d'arenaria depositate 600 milioni d’anni fa, quando l’area era sommersa dal mare. I ranger invitano i turisti a non scalarlo perché è sacro agli aborigeni. Se ne coglie la magia osservando i mutamenti cromatici della sua roccia: dall'alba al tramonto si tinge di grigio, marrone, rosa, giallo, arancio, rosso, viola e nero. Prima del turismo fu il cinema a scoprire il Red Centre. Fin dagli anni Settanta i registi di Sydney usarono il suo paesaggio come un effetto speciale: sfruttarono intensità della luce, drammaticità degli scenari e variazioni di colore delle rocce. Monoliti attorno a cui gli aborigeni reiterano da millenni i loro riti magici della creazione. Il Tempo del Sogno raccontato al mondo negli anni Ottanta da Le vie dei canti di Bruce Chatwin.

LA GEOGRAFIA TOTEMICA DEGLI ABORIGENI

Prima della vita era la notte. Poi giunsero gli antenati, giganti erratici auto-plasmati con l’argilla che fondevano natura umana, animale e vegetale. Col loro canto modellavano fiumi e montagne,  generavano piante e animali: per poi trasformarsi in rocce, alberi, frutti, canguri, uccelli, rettili e uomini. Una dimensione perpetuata dagli aborigeni ripercorrendo e cantando la via tracciata dal proprio creatore. Un mito che ridisegna l’Australia come la mappa d’una geografia totemica in cui rocce, alberi e fiumi incarnano gli antenati. Il MacDonnell Range è il sogno dell’etnia Aranda. Chambers Pillar è dove l’antenato geco s’è fuso con la roccia. Ayers Rock, Uluru (significa Madre Terra) per gli aborigeni Anangu, è il luogo della catarsi che generò la vita, i fori sulle sue pareti sono segni delle lance tirate dagli spiriti del male contro gli antenati. Una cultura lontanissima dalla nostra, ma è facile immaginare la disperazione di questa gente quando l’Assimilation, il piano per integrare gli aborigeni alla civiltà europea, rastrellò i deserti deportando i clan dalle loro terre, dai loro totem. Quando il governo australiano cambiò politica e nel 1976 iniziò a restituire le terre alle tribù, tornarono nel deserto, ma avevano smarrito conoscenze e motivazioni. Molti vivono di sussidi e troppi sono devastati dall’alcol.

LA COMUNITÀ DI ARTISTI ABORIGENI

Alcune comunità si sono emancipate grazie all’arte. Lo scopriamo a Santa Teresa, una comunità aborigena a un’ora da Alice, dove il degrado è stato sconfitto da un gruppo dI artiste insieme a una missione cattolica in un esempio di sincretismo tra cristianesimo e Tempo del Sogno. Giorgina ha affrescato una parete interna della chiesa con figure di canguro (il sogno di suo padre) ed emu (il sogno di sua madre). È a fianco di scene del Dreamtime e immagini totemiche. Mentre sulla parete opposta ci sono Annunciazione e Battesimo dI un Gesù con sembianze aborigene. Superata la diffidenza, siamo accolti in un atelier dove otto donne della comunità dipingono tele, tessuti, legno e mobili. Hanno appena ricevuto un ordine da un gallerista di Parigi.


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05/02/2012
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