KAKADU E ARNHEM LAND

Nel parco dove si avvistano il coccodrillo d'acqua salata e 280 specie di uccelli uccelli. E nella più remota riserva aborigena.

racconta l’aborigeno Warren Djorcolom, 39 anni, mentre ci guida a piedi nudi tra gole e sentieri pietrosi di Arnhem Land alla ricerca dei più rari e antichi graffiti del suo popolo. Ci arrampichiamo in un anfratto protetto da un tetto di roccia coperto di immagini tracciate con pigmento rosso di pesci, canguri, coccodrilli, emu, uccelli, serpenti, alberi, frutti. continua Warren per iniziarmi al Dreamtime, uno dei più complessi miti della creazione. Le ricerche paleo-antropologiche dell’Università nazionale australiana fanno risalire a 53.000 anni fa alcune delle pitture rupestri di Arnhem Land, la grande riserva aborigena estesa dal Kakadu National Park al Golfo di Carpantaria. Se questa tesi è valida significa che l’uomo trasformò per la prima volta il pensiero in immagine in questa terra. Sull’arenaria tracciò uomini e animali con gli scheletri evidenziati come attraverso i raggi X. Ossa e teschi spuntano anche da fessure d’un sito funerario dove, fino a pochi decenni fa, venivano portati i resti dei defunti dopo una prima sepoltura nelle cavità degli alberi.

Raggiunta la cima della montagna, lo sguardo spazia su un paesaggio verde interrotto da rilievi di pietra rossastra e da un vasto billabong, uno stagno blu in cui nuotano decine di pellicani, garzette e ibis. Oltre l’acqua si vedono i tetti di lamiera rossa di Injalake, la comunità di aborigeni Kunwinjku che ha trovato nuove motivazioni in un Art Centre dove decine di pittori traspongono su carta i sogni che i loro antenati hanno raffigurato per millenni su corteccia: uomini, tartarughe, rettili e marsupiali disegnati con ocre tenui e figure allungate. Per vederli lavorare e comprare le loro opere bisogna arrivare di mattino perché alle tredici apre il Community Centre, serve il pranzo ma anche birra, un bicchiere dopo l’altro la fase creativa cede all’oblio meditativo dell’alcol. Per noi è l’ora di riattraversare il guado dell’East Alligator River e tornare a Kakadu, il maggiore parco nazionale dell’Australia, grande come il Lazio, la più importante riserva faunistica. Anche questa è terra aborigena, il suo nome è la storpiatura di Gagadju, la tribù a cui fu restituita nel 1976, per essere affittata al governo australiano che la convertì in parco. Anche qui si trovano graffiti aborigeni, ne sono stati catalogati cinquemila, i più interessanti e facili da vedere sono nei siti di Ubirr e Nourlangie, più accessibili ma meno articolati di quelli di Arnhem Land, dove s’entra solo con un permesso accompagnati da operatori specializzati.

Kakadu divenne famoso nel 1986, quando Peter Faiman vi girò Crocodile Dundee, il film che, tra paludi infestate da coccodrilli, portò nel mondo lo stereotipo del bushman australiano: con la faccia cotta dal sole, grezzo, chiacchierone, spaccone e gran bevitore. Oltre i luoghi comuni, Paul Hogan, autore e interprete del film, in una scena rispose a chi gli chiedeva se la terra apparteneva agli aborigeni dicendo . Una verità evidente dopo aver trascorso qualche giorno a interpretare la loro geografia totemica, ma che per loro non significa rispettare la terra secondo i canoni occidentali: molti villaggi aborigeni sono disseminati d’immondizia e, scoperto un filone d’uranio a Kakadu, i clan ne autorizzarono l’estrazione. L’attività è stata da poco interrotta ma nel parco resta una cittadina mineraria, Jabiru, con quasi duemila abitanti.

Situato nel Top End del Northern Territory, la vasta penisola al centro del litorale nord dell’Australia, Kakadu s’estende dalla costa del Mare degli Arafura, interrotta da larghi estuari fangosi e densa di mangrovie, fino a una bastionata di rossa pietra arenaria che regge un vasto altopiano. Il parco comprende sedici habitat. Un mosaico vegetale con foreste pluviali e boschi di eucalipti e acacie, squarciati da irruente cascate, che si alternano a sterminati acquitrini, savane, formazioni d’arenaria, immense aree alluvionali e plaghe desertiche cosparse di piante grasse. Una varietà di paesaggi provocata da radicali variazioni climatiche, oltre che da un complesso ecosistema.

Nella stagione delle piogge, da gennaio a marzo, s'inondano ampie aree e la boscaglia brulica d’animali. È però un periodo difficile per visitare Kakadu: le zanzare sono un tormento costante e molte zone diventano inaccessibili, perché l’area alluvionale s’estende da estuari e paludi (dove crescono mangrovie, melaleuca, ficus e pandani) alle pianure coperte dalle spighe brune del carice. In aprile le acque si ritirano, venti e temporali improvvisi spazzano la savana. All'inizio della stagione secca, in maggio e giugno, nei billabong fioriscono ninfee e altre piante acquatiche. Durante il temperato inverno australe, in luglio e agosto, s'osservano meglio uccelli e piccoli marsupiali e il prolungarsi della siccità provoca incendi spontanei che rigenerano il sottobosco. In settembre il paesaggio diventa immobile e la fauna più rara. I mesi prima del monsone, da ottobre a dicembre, sono i peggiori: l’elevata umidità rende l’aria irrespirabile e le bestie inquiete.

Kakadu è un paradiso per i birdwatcher che, con sguardo o teleobiettivo, possono catturare uccelli esotici come jabiru (cicogna con testa blu e occhi gialli), emu (parente locale dello struzzo), gru, garze, aquila di mare, pellicani, pappagalli e una gran varietà d’aironi: i rappresentanti più spettacolari d’un universo di centinaia di pennuti. Li si osserva negli stagni sparsi nel parco, ma il top è durante le escursioni in chiatta all’alba sulle Yellow Waters di Cooinda. Qui i principali interpreti sono però i coccodrilli d’acqua salata (Crocodylus porosus) lunghi fino a sette metri, animali preistorici che si spostano tra il nord dell’Australia e il Golfo del Bengala e in mare affrontano gli squali. Presenti in tutte le paludi e i fiumi del Top End attaccano, e uccidono per annegamento prima di mangiarli, canguri, bufali e all’occasione anche l’uomo. In questa palude ci sono almeno cinquemila esemplari. L’occasione migliore per vederli sono le crociere in tarda mattinata, quando si adagiano sulle rive fangose per asciugare al sole. Per avvistare i più miti coccodrilli d’acqua dolce (Crocodylus johnstoni) bisogna invece raggiungere le Twin Falls nel sud del parco: due spettacolari cascate che precipitano, tra la vegetazione tropicale, in un anfiteatro di roccia chiuso da una spiaggia di sabbia bianca. È una zona remota, accessibile solo nella stagione secca, in cui pochi turisti s’inoltrano.

I coccodrilli, oltre ad alimentarne il mito, sono la principale attrazione di Kakadu. Appena entrati nel parco si è però rapiti da animali un milione di volte più piccoli: le termiti. Tra le rade foreste di acacie si alzano centinaia di termitai alti fino a quattro metri. Capolavori di architettura con arterie di scorrimento, magazzini per il cibo, locali a temperatura costante per l’incubazione delle uova e gallerie sotterranee collegate alle falde per l’approvvigionamento d’acqua.

I NUMERI DI KAKADU

Inserito nella World Heritage List dell’Unesco nel 1981, il Kakadu National Park ha una superficie di  16.944 kmq, in 16 habitat con 8000 varietà botaniche, ospita 280 specie di uccelli (200 sono migratori e 80 si riproducono nel parco), 60 di mammiferi (tra cui 26 tipi di pipistrelli), 120 di rettili (12 serpenti e 2 coccodrilli), 25 di anfibi, 51 di pesci d’acqua dolce e oltre 10.000 di insetti (55 tipi di termiti).


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28/06/2011
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