LA GRANDE BARRIERA CORALLINA

Una distesa di isole, lagune, atolli e scogliere di corallo lunga 2000 km ed estesa su un territorio poco più piccolo dell'Italia. Una meraviglia naturale in pericolo.

Lo spettacolo è sensazionale: tra madrepore a forma di fungo, di cervello umano, con ramificazioni marroni e azzurre o intricatissimi ventagli rosa o rosso porpora nuotano pesci dai colori accesi, quasi fosforescenti. È la vita della Grande Barriera Corallina come appare dai larghi oblò che si aprono nel piccolo sottomarino che s’inabissa tra il mondo dei coralli. La Barriera forma una frangia (un labirinto di 2600 banchi corallini, isole rocciose, tunnel sottomarini, atolli, lagune, grotte sommerse e bassi fondali) lunga 2000 km ed estesa su un’area di 250.000 kmq (poco più piccola dell’Italia): si snoda lungo la costa orientale dell’Australia dal Tropico del Capricorno risalendo a nord fino alle isole Murray nello Stretto di Torres (vicino alla Papua Nuova Guinea). Questa immensa regione marina poggia su una piattaforma continentale che raggiunge come massima profondità i 180 m, e ha una larghezza variabile tra i 16 km di Cape Melville e i 150 km dello Swain Reefs, a sud di Mackay. Tra la barriera e la costa si è formata una laguna da cui emergono numerose isole rocciose, vette di una catena montuosa sommersa.

Una scogliera come questa è quasi sconosciuta in Europa. È una parete di roccia corallina che s’innalza a perpendicolo dalle profondità insondabili dell’oceano. (James Cook, dal giornale di bordo dell’Endeavour)

Gli atolli corallini (200, di cui solo 3 abitati: Green, Heron e Lady Helliot) sono, invece, la cima di castelli di corallo su cui per millenni, attraverso l’alternarsi di movimenti d’emersione e di sommersione, si è creata una superficie di sabbia corallina in seguito colonizzata da piante sviluppatesi da semi portati dal vento, dal mare, dagli uccelli. Queste mutazioni, provocate dai venti e dalle onde dell’Oceano Pacifico, hanno generato paesaggi incantevoli. In un armonico gioco cromatico, atolli di forma ovale sono sepolti da verde vegetazione tropicale e circondati da spiagge di fine sabbia bianca, delimitata dal turchese del mare.

La Grande Barriera Corallina, oltre a essere la più vasta formazione madreporica, è il più complesso ed esteso ecosistema marino del Pianeta: i diversi Reef si sono formati tra 2 e 18 milioni di anni fa. I costruttori di questa struttura organica sono i polipi dei coralli (Coelenterata): carnosi e molli, lunghi un paio di cm, producono uno scheletro esterno di calcare che li avvolge a modo di coppa, aderendo a rocce coralline preesistenti. E dopo essersi attaccati alla scogliera i polipi abbandonano i loro scheletri per edificare sempre verso l’alto, innalzando gradualmente la barriera verso la superficie del mare. Oltre a circa 400 specie di coralli (tra cui alcune definite “morbide” perché non formano scheletri calcarei) che ne disegnano l’insolita geografia, nella scogliera vive una società interagente di migliaia di specie di ricci, molluschi, spugne (400 specie), tartarughe marine (6 specie), vermi marini, crostacei e pesci (1400 specie), dai più minuscoli fino agli squali più aggressivi.

 Persone che hanno molto viaggiato ci parlano dell’immensità delle piramidi e di altre grandiose rovine, ma anche le più grandi sono insignificanti a confronto di queste montagne di corallo. (Charles Darwin, dal giornale di bordo del Beagle)

LE BARRIERE CORALLINE IN PERICOLO

Negli ultimi 60 anni sono scomparse il 20% delle scogliere coralline del Pianeta e – secondo l’Onu – è a rischio il 20% di quelle rimaste. Le cause sono pesca, navigazione e inquinamento delle acque (provocato da allevamenti ittici e scarichi industriali, urbani e di varie colture). Ma l’afflusso dei turisti: ai danni meccanici provocati da chi si immerge e dai mezzi che portano i turisti (in molte località ci si inabissa su piccoli sottomarini), si somma il problema dell’inquinamento da creme solari. Secondo lo studio condotto dal professor Roberto Danovaro, ordinario di Biologia Marina all’Università delle Marche, gli 80 milioni di turisti che fanno il bagno ogni anno in mari e lagune corallini lasciano in acqua 25.000 tonnellate di creme. Dato che queste si diluiscono al 25% per cento, resta un’enorme massa di filtri e solventi (in esse contenuti) che si depositano su gorgonie, alcionari e madrepore uccidendoli. Dopo la pubblicazione su Nature della ricerca di Danovaro, un chimico francese appassionati di mare (Edouard Thouvenot) ha sviluppato in 2 anni insieme al professore una linea di creme ecocompatibili senza solventi (Evoa cosmetics, www.evoa-cosmetics.com) che proteggono la pelle senza uccidere i coralli.

Anche la Grande Barriera Corallina Australiana è malata: le sue acque sono inquinate dai residui della lavorazione della canna da zucchero e dai guasti provocati dalla pesca dei gamberi e dall’eccessiva navigazione. Neanche qui il turismo di massa gioca a favore dell’ambiente, anche se dagli anni ‘90 sono state imposte regole più severe agli alberghi e ai battelli che portano i visitatori sul reef. Ai turisti, ad esempio, è vietato camminare sulle madrepore come avveniva un tempo.

PROTEGGERE LA BARRIERA HA VANTAGGI ECONOMICI

Fu per primo il rapporto dell’Onu nel 2006 a evidenziare che la conservazione delle barriere coralline ha vantaggi economici, oltre che ambientali: oltre alla biodiversità accresce gli affari e la sicurezza delle popolazioni. E nell’ottobre 2010 una ricerca di The Economics of Ecosystems and Biodiversity Study (Teeb) ha quantificato il valore per ettaro del reef in 800.000 euro l’anno, considerando lo sviluppo turistico che produce, la sua funzione nella riproduzione delle specie ittiche (implementando così la pesca) e la capacità delle scogliere di proteggere le coste in caso di eventi estremi come maremoti e tsunani. Quest’ultima funzione è risultata evidente durante il drammatico tsunami del dicembre 2004 in Asia meridionale: isole e coste fronteggiate da barriere coralline hanno subito danni molto inferiori a quelle senza protezione, perché le scogliere hanno frenato la forza delle onde anomale.

LA STELLA SPINOSA CHE DIVORA I CORALLI

Uno dei maggiori problemi della Grande Barriera Corallina è l’Anchaster planci, una stella marina spinosa che divora i tessuti vivi del corallo. Appartiene all'ordine degli asteroidi, ha forma stellare con simmetria radiale: ha da 9 a 23 braccia e il suo diametro può raggiungere i 70 cm. La parte superiore del corpo, macchiettata di punti grigi, rossi, fulvi e verdi, è coperta di aculei lunghi da 4 a 8 cm, con le punte scarlatte. Strusciandosi sul corallo estroflette lo stomaco dalla bocca e ne poggia la mucosa sul corallo; digerisce quindi i polipi e altri tessuti vivi e continua la sua marcia, lasciandosi alle spalle lo scheletro calcareo del corallo, bianco, morto. La sua presenza fu segnalata la prima volta nel 1964 a nord di Cairns. Il primo a temere che l'invasione di Acanthaster planci potesse compromettere l'ecosistema della Barriera fu il biologo Robert Endean della Queensland University: calcolò che una stella adulta divora ogni giorno da 110 a 150 cm lineari di polipi. Come le altre stelle marine, si muovono sulle madrepore grazie a pedicelli, forniti di ventose. Si raggruppano di notte per cibarsi nello stesso punto: sono guidate al luogo del ‘pranzo’ da un segnale prodotto dal loro processo digestivo che va alla deriva. Le stelle lo rilevano per mezzo di organi sensori posti nei loro pedicelli. Una volta raggruppati, gli asteroidi sono prese dalla frenesia alimentare: continuano a cibarsi giorno e notte, fino a ridurre le scogliere a candidi scheletri. Su cause e i possibili rimedi di questo flagello è in corso un dibattito che da 45 anni coinvolge scienziati australiani, inglesi, americani e giapponesi. Da una parte c’è chi addebita la proliferazione delle stelle spinose all'alterazione dell'ecosistema della Barriera, provocato dalla pesca dissennata dei predatori di asteroidi, come il tritone (Charonia tritonis), che è stato decimato. Il tritone mangia però al massimo due stelle alla settimana - replicano altri scienziati – la sua scomparsa non è quindi la causa del problema.

REGOLE PER VISITARE LA BARRIERA SENZA DISTRUGGERLA

Per non alimentare i fenomeni d’erosione è  importante anche il comportamento dei singoli visitatori. Ecco alcune regole diramate dai Wildlife Service dell’Australia.

1)      Quando si nuota tra le barriere non bisogna toccare i polipi (sono esseri viventi) e tanto meno raccogliere (o peggio staccare) pezzi di corallo fossilizzato.

2)      Facendo snorkelling tra le madrepore bisogna sempre mantenere la posizione orizzontale, perché stando nell’acqua in verticale le pinne diventano un killer senza controllo che spezza le formazioni calcaree e spazza via le sedimentazioni utili alla sopravvivenza dei polipi.

3)      Non bisogna passeggiare con scarpette di gomma sui banchi corallini: vietato in Australia a metà anni Novanta.

4)      I sub devono mantenersi lontani dalle scogliere e tenere sempre sotto controllo la posizione delle loro pinne: per evitare di danneggiare le forme di vita marina.

5)      Le barche, anche le più semplici, non devono essere ancorate tra i fondali corallini: il loro ormeggio è come un bulldozer che spiana la superficie di scogliere popolate da centinaia di specie viventi.

VISITARE LA GRANDE BARRIERA CORALLINA

Cape Tribulation, il promontorio coperto dalla foresta pluviale situato 120 km a nord di Cairns, è la miglior base per visitare la Grande Barriera Corallina. L’Endeavour Reef è a meno di mezz’ora di navigazione, si raggiunge con un battello che approda su una piattaforma da cui è possibile esplorare il mondo dei coralli a bordo di una barca dal fondo trasparente o con un piccolo sottomarino sul cui fondo si aprono larghi oblò. L’organizzazione fornisce pinne e maschere col boccaglio per fare snorkelling, osservare i fondali galleggiando sulla superficie dell’acqua. Giubbotti salvagente sono a disposizione di chi non ha troppa confidenza col mare.

Cairns è la località in cui c’è la maggiore varietà di proposte. Escursioni per la Barriera Corallina partono anche da Port Douglas, Mission Beach, Townsville e Airlie Beach. Ci sono due buoni motivi per visitarla da Cape Tribulation o da Cairns: data la vicinanza, l’escursione è meno cara e si resta a nuotare tra i coralli per l’intera giornata. Man mano che si scende a sud, il tragitto per raggiungere il Reef è sempre più lungo, la sosta tra i coralli più breve e il costo più elevato.

Da Cairns, Townsville, Airlie Beach e dalle Whitsunday si può sorvolare la barriera con brevi escursioni in elicottero o visite più prolungate con idrovolanti. Vista dal cielo, la barriera appare come una grande irregolare diga turchese (percorsa da venature grigiastre), che si oppone al blu intenso che annuncia gli abissi del Pacifico. Il mare aperto è bordato da una striscia più chiara che indica le acque basse sopra il pendio della scogliera, delimitata da una linea bianca formata dal frangersi delle onde, mentre tra il Reef e la costa le acque sono azzurre, trasparenti e chete. A Cairns, Townsville ed Airlie Beach si possono affittare macchine per fotografare sott’acqua.

A Townsville c’è il Great Barrier Reef Wonderland: il più grande acquario-museo della barriera. La stagione migliore per visitare la Barriera Corallina va da maggio a ottobre, il resto dell’anno la regione è sottomessa alle piogge: oltre ai violenti acquazzoni, le acque costiere della regione si popolano di box jellyfish, una micidiale medusa.

 



Se ti è piaciuto l'articolo fai una donazione anche di un solo euro. Questo sito è finanziato dal contributo dei lettori. Grazie

30/08/2011
Sito con info e commenti di viaggiatori
The Economics of Ecosystems and Biodiversity Study
United Nations Environment Programme
Biodiversity Indicator Partnership
Europe Enviroment Agency
Australia for Animals (associazione ambientalista)
Animals Australia (associazione animalista)
Australian Backpackers