TASMANIA, NELL'ISOLA VERDE

Tra le foreste fluviali temperate, i fiumi e i monti teatro di una delle prime battaglie ecologiste per difendere la wilderness, la natura selvaggia

<Wilderness significa una vasta area vergine, incontaminata, dove un individuo può immergere i sensi nella natura, libero dalle distrazioni della tecnologia moderna. E' soprattutto un ambiente per scoprire un nuovo tipo di ego: migliore di ciò che esiste nel mondo di tutti i giorni>
Bob Brown, leader ecologista della Tasmania ora portavoce del Green Party nel Parlamento Federale di Canberra

Le cime delle colline, coperte da un'intricata foresta, appaiono avvolte nella foschia. Formano un ondulato tappeto grigioverde. Poi il paesaggio precipita in profonde ferite, scavate da fiumi movimentati da spettacolari salti d'acqua, come a Vanishing Falls. E fra la coltre di nebbia emergono le vette rocciose del Precipitous Bluff e del Pindars Peak. Stiamo sorvolando il South West National Park della Tasmania a bordo di un piccolo aereo Cessna. Avvicinandosi a Bathurst Harbour la foresta cede alla tundra, il paesaggio diventa più desolato. Una piccola striscia di terra bianca dai bordi indefiniti appare all'orizzonte: è una micropista d'atterraggio. Il tempo di scendere dall'aereo e ci raggiunge Mark Holdsworth, è il responsabile dell'intera area protetta, un parco di 442.240 ettari, disabitato e completamente privo di vie di comunicazione. Mark vive qui insieme alla sua compagna Sally Bryant, un'ornitologa: la troviamo a poche centinaia di metri, dove sta costruendo una sorta di voliera per ospitare uccelli feriti. Ci conducono a un piccolo osservatorio per mostrarci una coppia di pappagalli dalla pancia arancione (Nophema chrysogaster), è il più raro uccello australiano, ne restano meno di cento esemplari; da questo punto s'avvistano 70 delle 319 specie di pennuti che volano nell'isola. Mark e Sally vivono qui soli gran parte dell'anno, a più di un'ora di volo da Hobart, dalla civiltà. , racconta Mark.

Viveva qui anche Denny King, un pioniere che dopo aver scoperto un giacimento di stagno cinquant'anni fa, si guadagnò da vivere sfruttandolo e trasportando il materiale a Hobart con la sua piccola imbarcazione. Denny è morto nel 1990, resta la sua casa con i libri, il camino e la teiera avvolti nella polvere, e una grande finestra che guarda il fiume dov'è ancora ormeggiata la sua barca: per decenni fu la sola via d'uscita da quest'eremo.  Riprendiamo il volo. Raggiungiamo la costa, molto frastagliata e formata da baie che racchiudono spiagge di sabbia bianca e scogliere d'arenaria a cui si contrappone un gioco continuo di scogli e isolotti. Fino a Cox Bight, un ampio golfo dove si erge Moihernee: l'Antenato degli aborigeni della Tasmania. Moihernee creò il primo uomo nero, Parlevar, che aveva la coda come i canguri e le gambe senza ginocchia, così da non potersi sedere. Droemerdeem, spirito della grande stella, lo vide: tagliò la sua coda e snodò le sue gambe. Moihernee percorse l'intera Tasmania, creando al suo passaggio i fiumi, le valli, le montagne, le isole. Quindi fu lanciato nel cielo e ricadde qui trasformandosi nella roccia che domina Cox Bight.

La storia degli aborigeni della Tasmania è la più tragica dell'intero continente. Arrivarono almeno 20.000 anni fa, durante l'ultima era glaciale, quando la Tasmania era ancora unita alla terraferma. La separazione dal continente, 12.000 anni fa, li isolò completamente. All'arrivo dei bianchi erano il popolo più primitivo dell'Australia. Divisi in nove tribù vivevano completamente nudi, nonostante il clima rigido. L'unica protezione contro il freddo era il grasso animale mescolato all'ocra che si spalmavano sulla pelle. L'ocra era sacra, la scavavano qui a Cox Bight di fronte alla roccia di Moihernee; la usavano anche per tingersi i capelli. Si decoravano il viso con carbone di legna inumidito con la saliva. S'addobbavano con collane di conchiglie. E l'appartenenza ai diversi clan era simboleggiata da cicatrici rituali tracciate sulle spalle, sul petto e sulle cosce di uomini e donne. Vivevano di caccia e raccolta, cibandosi prevalentemente di carne, e barattavano fra loro ocra e conchiglie. Fabbricavano ripari di corteccia e migravano stagionalmente. Non si separavano mai dal fuoco, perché non ne avevano scoperto il mistero, ma lo usavano per scaldarsi, cuocere i cibi, aprirsi varchi nella foresta e intrappolare gli animali. Gli inglesi, sbarcati nel 1802, allacciarono da prima rapporti di scambio, poi cominciarono a violentare le donne aborigene. Seguirono razzie, espropri delle terre e una guerra risoltasi col genocidio: nel 1830 sopravvivevano 135 indigeni, deportati nell'isola di Flinders; nel 1840 erano solo più 47; e nel 1876 moriva Fanny Cochrane Smith, l'ultimo nero tasmaniano.

Sorvoliamo Maatsuyker Island, dove si trova il faro più meridionale dell'Australia, l'ultimo governato dall'uomo, perché ospita anche una stazione metereologica. Una base dove tre uomini vivono di fronte al nulla che li separa dall'Antartide, per cogliere gli umori del tempo. La metereologia in Tasmania non è una scienza esatta, le previsioni valgono per due ore soltanto. Ci troviamo a Sud del Quarantesimo parallelo, in balia dei Quaranta Ruggenti: i venti, provenienti dagli oceani meridionali, che investono la Tasmania da Ovest, portando nuvole gonfie di pioggia. E dall'Antartide non arrivano in Tasmania solo le correnti gelide: raggiungono i suoi mari venti specie di cetacei, come le 168 balene che lo scorso mese di novembre si sono inspiegabilmente suicidate in massa arenandosi a Sandy Cape, 200 chilometri più a nord sulla costa occidentale.

 La Tasmania appare molto diversa dalla terraferma, qui si dimenticano gli orizzonti infiniti dell'Australia per riscoprire il piacere del ‘piccolo’, l'occhio s'arresta di fronte a montagne innevate che torreggiano fra laghi alpini e altopiani, indugia fra il susseguirsi di dolci colline e familiarizza con boschi che s'ingialliscono d'autunno e fioriscono in primavera. Gli abitanti di quest'isola nell'isola hanno però in comune con quelli del continente storie d'infinita solitudine.

E proprio per le sue dimensioni che ‘permettono di sperimentare la solitudine’, oltre che per la sua singolarità ambientale, l'intera Wilderness della Tasmania occidentale è stata inclusa dall'Unesco nel 1982 nella World Heritage List, l'elenco delle aree da proteggere sul Pianeta. La Wilderness copre l'11 per cento del territorio dell'isola, e la regione protetta raddoppia considerando gli altri parchi nazionali. Ciò che oggi è patrimonio del mondo, fu frutto di una lunga battaglia. Nel 1979 l'Hydro Electric Commission (Hec) annunciò un progetto di costruzione di una diga da 453 milioni di dollari per alimentare una centrale idroelettrica sul Franklin River, l'ultimo grande fiume incontaminato del Paese. Nonostante rappresenti solo lo 0,89 per cento del territorio australiano, la Tasmania produce più del 10 per cento dell'energia elettrica nazionale. Il progetto era sostenuto politicamente dal Tasmanian Liberal Party (conservatori), il cui leader e Premier dello Stato, Robin Gray, promise d'allagare il Franklin River come unica soluzione al ristagno economico, come scelta capace di attrarre nell'isola nuove industrie, ridurre l'alto tasso di disoccupazione e rivitalizzare l'economia. Gray definì il fiume, le cui acque hanno il colore del tè, 

 Ecco come descrive quei momenti Claudio Alcorso, un sessantenne di origine genovese, ex-viceconsole italiano in Tasmania, proprietario di un'industria tessile a Hobart e di una celebre azienda vinicola: . Il confronto diventò un caso nazionale, intanto sulle rive del Franklin venivano arrestate 900 persone, 400 delle quali condannate a pene detentive. L'allora Primo Ministro australiano, Malcom Fraser (Liberal Party) fece una controproposta al governo di Hobart, il quale rifiutò. Col cambio della guardia a Canberra, nel 1983, il nuovo governo laburista di Bob Hawke non esitò a ordinare l'immediata cessazione dei lavori. Bob Brown, leader di quel movimento fu scarcerato, diventando ‘l'eroe del Franklin River’.

Andiamo a trovarlo in Parlamento, dove oggi è capogruppo del Green Indipendent Party, uno dei più potenti partiti ecologisti del mondo. Col 18% dei voti ha ottenuto 5 deputati diventando l'ago della bilancia, nel Parlamento della Tasmania, fra i 17 seggi dei liberali e i 13 dei laburisti. Appoggia dall'esterno questi ultimi condizionandone le scelte ambientali. Molti individuano nella politica verde del governo di Hobart la ragione per cui la Tasmania guida la recessione australiana con l'11 per cento di disoccupati. , replica Bob Brown..

 Cosa rappresentano per lei le foreste che difende?

. Crede che sopravviva qualche esemplare della tigre?Athrotaxis selaginoides), appartenenti alla stessa famiglia delle sequoie californiane. Fatta eccezione per i pandani a testa d'ananas, la tipica vegetazione tropicale delle selve pluviali lascia il posto in Tasmania a muffe, funghi e licheni che creano, sui tronchi caduti, stupefacenti foreste in miniatura.

Proseguiamo fino al lago Saint Clair, dominato dalle vette innevate del Cradle Mountain. E' l'inizio di un'ampia regione in cui montagne aspre si contrappongono alla : un puzzle di specchi d'acqua che riflettono l'incredibile luminosità del cuore dell'isola. Se la Terra dei tremila laghi è il paradiso dei pescatori, recentemente sono arrivati qui da tutto il mondo per partecipare al World Fly Fishing Championships, una competizione internazionale per catturare le trote marroni e quelle arcobaleno della Tasmania; le Cradle Mountain offrono scenari indimenticabili ai camminatori che da Lake Saint Clair affrontano gli 80 chilometri di sentieri dell'Overland Track. E si scoprono le meraviglie della regione allontanandosi anche solo di pochi chilometri dal Cradle Mountain Lodge: costeggiando il Lake Dove fino alla Ballroom Forest, una selva incantata in cui ci si inerpica fra migliaia di pandani, radici secolari e alberi foderati di muschio fino al Lake Silk, un laghetto alpino ai piedi di una vetta dove la giungla incontra la neve. Nothofagus cunnighamii): arbusti comuni a India, Africa, Sud America e ritrovati in resti fossili anche all'Antartide. Sono piante preistoriche, risalgono a 60 milioni di anni fa: l'era della separazione di questi continenti dal megacontinente Gondwana.

 Usciti dalla foresta, proseguendo sulla Lyell Highway verso la cittadina di Queenstown, si precipita in un paesaggio disperato: colline grigie, totalmente aride, sgretolate fino a franare. Con le case di legno e latta dai colori pastello, Queenstown appare come un miraggio in fondo alla valle. Fu fondata nel 1881 da cercatori d'oro che avevano trovato il minerale setacciando le acque del Queen River. Il boom arrivò però dieci anni dopo quando scoprirono grandi giacimenti di rame. La città si gonfiò: operavano 28 compagnie minerarie e 11 fonderie, che esportavano il minerale dal vicino porto di Strahan. Aprirono i battenti 14 pub: a memoria di quell'epoca resta l'Empire Hotel, per il resto la scenografia è desolante. L'intera regione era coperta da fitta foresta pluviale: fu in parte tagliata per alimentare le fornaci, che con il loro fumo soffocarono la vegetazione rimasta; e il divampare degli incendi nelle aree disboscate, provocati dallo zolfo di cui è impregnato il terreno, denudarono completamente le colline.

 Launceston (90.000 abitanti) è una cittadina ordinata, al centro della più importante regione agricola dell'isola: fra colline dolci, disseminate di fattorie colorate che ricordano l'Irlanda, si coltivano ortaggi, frutta, fiori e vite. E fra Launceston e Saint Helens, foreste d'eucalipti s'alternano a prati verdi dove pascolano pecore e vacche. L'allevamento rappresenta una delle principali voci dell'economia della Tasmania con 5 milioni di pecore merinos e 560.000 bovini. Il crollo del prezzo della lana sui mercati mondiali è una delle principali cause del periodo di forte recessione che attraversa l'isola. Al prezzo della lana è vincolata l'intera economia: il costo dei terreni, ad esempio, è legato al numero di pecore che vi possono pascolare.

 Inoltrandoci fra i colli incappiamo in una squadra di boscaioli all'opera. Kevin Elmer, camionista, almeno 120 chili di muscoli coperti da un elmetto, s'avvicina chiedendoci minacciosamente: . Chiarito che siamo giornalisti e vogliamo conoscere il loro parere, scioglie lentamente la diffidenza. In una nuvola di polvere di legno, fra il lavoro di seghe elettriche, ruspe, gru e montacarichi che trasportano dal fondo valle tronchi giganteschi, Kevin racconta: .

 Pubblicato nel 1992 dalla rivista Atlante, si aggiudicò il premio PATA (Pacific Travel Asia Association) per il migliore testo a tema ambientale dedicato all'Oceania.

 


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28/06/2011
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