LA GRANDE MIGRAZIONE NEI PARCHI DELLA TANZANIA

Serengeti, Nogorongoro, Kilimanjaro e Eastern Arch. Viaggio tra le meraviglie naturali e problemi ambientali dell'Africa Orientale. Tra Masai e leoni, dove gli allevatori contendono lo spazio alle fauna selvatica.

Branchi di centinaia di gnu invadono di continuo la pista che conduce al parco nazionale di Serengeti, in lingua Masai significa ‘pianura senza fine’, termine appropriato per un altopiano dove per ore l’orizzonte è formato da centinaia di migliaia di queste goffe antilopi, oltre a moltitudini di zebre e gazzelle. Siamo incappati in una fase della maggiore migrazione periodica di fauna selvaggia del pianeta. Un evento circolare che dura tutto l’anno, coinvolge oltre due milioni di ungulati in perenne movimento alla ricerca di pascoli e acqua, mette in scena uno degli spettacoli più impressionanti offerti dalla natura. Il fulcro di questa migrazione è il Serengeti. Il primo parco nazionale della Tanzania che - esteso su quasi 15.000 kmq (la superficie della Calabria) - forma una delle più grandi aree protette del mondo insieme alle confinanti riserve naturali di Ngoronogoro, Loliondo, Maswa, Grumeti, Tarangire e Masai Mara (Kenya). Un milione e settecentomila gnu e almeno mezzo milione di zebre (la maggior concentrazione di erbivori), in novembre – quando laghi e fiumi del Masai Mara e del nord del Loliondo si prosciugano - migrano verso il sud-ovest del Serengeti in cerca di nuovi pascoli. Da dicembre a marzo invadono la parte nord occidentale della Ngoronogoro Conservation Area e le regioni sud-occidentali del Serengeti. Ad aprile riprendono il cammino verso nord-est. A maggio raggiungono il fiume Grumeti, il corridoio migratorio che – fino a settembre - li riporta progressivamente verso il Masai Mara, dove entrano tra agosto e ottobre (durante la stagione delle piogge) imboccando il corridoio migratorio settentrionale formato dal fiume Mara. Un calendario che muta a seconda dell’intensità delle precipitazioni o di periodi di prolungata siccità.

 

IL DECLINO DELLA GRANDE MIGRAZIONE

Di fronte a queste masse di animali sembra impossibile, eppure la biodiversità della grande migrazione tra Masai Mara e Serengeti è in pericolo. In 30 anni giraffe, zebre, antilopi, gazzelle e facoceri sono diminuiti del 70% mentre bufali e licaoni sono quasi scomparsi. Resistono solo elefanti e struzzi. Lo rivela il monitoraggio compiuto dell'università di Hochenheim (Germania), seconda la quale il fenomeno è dovuto solo in piccola parte al bracconaggio, il maggiore danno alla biodiversità dei parchi di Tanzania e Kenya è provocata dall’aumento del 1100% del numero di bovini e del disboscamento per reperire nuovi pascoli: rubano il territorio fauna selvatica e, secondo l’Onu, provocheranno la desertificazione della regione.

La grande migrazione è stata la principale motivazione che ha indotto l’Unesco a dichiarare Serengeti e Ngoronogoro patrimonio dell'umanità e Riserva Internazionale della Biosfera. È una delle più importanti aree naturalistiche dell’Africa, meta obbligata dei fotosafari in Tanzania, anche perché qui si ha la certezza di avvistare leoni (2800 esemplari), leopardi (1000) e ghepardi (500). Nel suo altopiano a 2000 metri di quota con una sterminata savana, circondata da colline e movimentata da formazioni rocciose e boschi di acacie, i grandi felini hanno a disposizione un’infinità di prede: oltre a zebre e gnu, oltre 400.000 gazzelle di Thompson, dik dik, impala, orici, antilopi d'acqua, facoceri e struzzi. Cacciati anche da iene, licaoni e sciacalli. E dai coccodrilli che popolano i due fiumi che tagliano il parco. Mentre la presenza di elefanti, bufali (75.000) e rinoceronti dà al visitatore la certezza di avvistare in un solo viaggio tutti i big five. Ed è la seconda destinazione della Tanzania – dopo il parco nazionale di Tarangire - per il birdwatching con oltre 200 specie di uccelli, tra cui molti pennuti migratori provenienti da Asia ed Europa e numerosi rapaci, come l’aquila pescatrice. Il Serengeti è l’Africa più selvaggia, dove si assiste a cruente scene di caccia, la notte ci si addormenta cullati dal ruggito del leone e di giorno i socievoli ghepardi salgono sui cofani delle Land Rover.

 

IL PARCO NAZIONALE DI SERENGETI

Il Serengeti è la manifestazione più intensa di una natura imponente. Situata poco a sud dell’Equatore, la Tanzania è dominata dal Kilimangiaro, la massima vetta africana, e irrigata dai Grandi Laghi. Il lago Tanganica che con 1435 metri concorre al record di profondità lacustre. E il lago Vittoria, il più esteso dell’Africa, da cui nasce il Nilo Bianco, il secondo fiume del mondo. Un Paese grande quasi tre volte l’Italia si articola in un’infinità di paesaggi. Dai laghi agli altopiani dell’interno, dalla costa tropicale ai vulcani spenti, dai monti a savane, foreste pluviali, selve rade e steppe semi-desertiche. Un territorio in buona parte protetto: 14 parchi nazionali, 3 parchi marini e numerose riserve coprono 100.000 chilometri quadrati, il 12 per cento della superficie nazionale.

Se il Serengeti è il parco più maestoso, Ngorongoro  è quello più spettacolare. Sulle sue piste s’incontrano numerosi pastori Masai (1.3000.000 vivono nel nord della Tanzania) vestiti di rosso che pascolano gli zebù. Si incappa anche in gruppi di adolescenti della stessa etnia vestiti di nero col viso imbrattato di pasta bianca: stanno celebrando il rito d’iniziazione che segue la circoncisione, per una intera luna (28 giorni) stanno lontano dal villaggio, sopravvivono cacciando e non hanno rapporti con ragazze, l’orrendo mascheramento serve proprio a non attirarle. La pista costeggia alcuni loro villaggi, formati da capanne di fango e paglia circondate da palizzate, per difendersi dalle fiere.

 

IL PARCO NAZIONALE DI NGORONGORO

Ngorongoro in lingua Masai significa ‘grande buco’. È uno dei maggiori crateri del globo - con 20 chilometri di diametro e 260 chilometri quadrati di superficie – formato 2 milioni e mezzo di anni fa dall’esplosione di un vulcano. La notte si campeggia sull’orlo del cratere, per poi discenderlo all’alba in fuoristrada fino a stagni popolati da ippopotami e pellicani. Per ammirare il lago salato appoggiato sul suo fondo dipingersi di rosa per le migliaia di fenicotteri. Nella sua savana,  ribattezzata Arca di Noè, vivono quasi tutte le specie dell’Africa orientale: elefanti, una ventina di rinoceronti, bufali, gnu, gazzelle, zebre, antilopi. E, appollaiati sugli alberi o nascosti tra le erba alta, s’avvistano leoni e ghepardi.

Da Ngoronogoro si rientra ad Arusha – la base per visitare i parchi del nord-est – attraverso il Lake Mannara, un parco più piccolo con il paesaggio formato da erbose savane punteggiate di acacie alternate a foreste tropicali, interrotto da fiumi e laghi e chiuso all’orizzonte dai monti della Rift Valley: ospita la più folta popolazione di elefanti del Paese, oltre a leoni, leopardi, ippopotami, giraffe, zebre, bufali, impala, babbuini, fenicotteri e gru.

Da Arusha – cittadina circondata di verdi colline e dominata dai 4566 metri del Monte Meru, con un colorato mercato – gli appassionati di birdwatching non mancano il vicino Tarangire National Park, dove, tra 400 elefanti e la solita fauna africana, volano 300 specie di uccelli, con moltissime varietà acquatiche. Qui con un po’ di fortuna si vede anche un pitone lungo più di sei metri.

 

ALLE FALDE DEL KILIMANJARO

Più piacevole di Arusha è Moshi, colorata da flamboyant e buganvillee, è un centro per la coltivazione e il commercio del caffè (il profumo dei suoi chicchi tostati invade strade e alberghi) ai piedi del Kilimangiaro, la vetta più alta del continente con 5895 m: la si avvista facilmente, sempre innevata, dal centro città. Il Kilimangiaro è una destinazione ambita dagli alpinisti di tutto il mondo. Seguendo la Marangu Route è un trekking lungo nove giorni che richiede buon allenamento ma non presenta difficoltà tecniche. Si sale su un sentiero passando dalla foresta pluviale di Marangu a pascoli di quota, poi la vegetazione cede a  un crostoso paesaggio lunare e l’ultimo tratto è una lenta marcia sul ghiacciaio resa più faticosa dalla rarefazione dell’ossigeno oltre i 4000 metri. Sul percorso, molto panoramico, si trovano rifugi  dove alloggiare e ristorarsi.

 

I MASAI DELLA TANZANIA

I Masai rappresentano più di ogni altra etnia del continente l'immaginario dell'Africa primitiva e libera, dove uomini e animali si contendono l'immensità della savana. Sono una tribù originaria dei territori lungo il Nilo, in quello che oggi è il Sudan meridionale. Vantano una storia antica: da cacciatori raccoglitori si trasformarono in pastori nomadi. Incentrarono la loro cultura e i loro rituali su di una sorta di ‘culto della vacca’. E in un'epica migrazione ‘verso pascoli e montagne vicino al cielo’ raggiunsero la Rift Valley. Qui i pastori Masai diventarono sedentari e scoprirono l'arte della guerra: per oltre un secolo dominarono le savane del Kenya e della Tanzania. Oggi, divisi in dodici clan, vivono a cavallo della frontiera tra i due Paesi. Si cibano esclusivamente di carne, sangue e latte. Col loro corollario di ornamenti e rituali, i Masai attirano la curiosità del visitatore più ogni altro popolo africano. L'esplosivo gioco cromatico dei loro strabordanti collari, i singolari monili che deformano le orecchie, i colori degli indumenti, le lunghissime spirali metalliche che imprigionano l'avambraccio o il polpaccio durante le cerimonie. Ma ciò che colpisce più di ogni altro elemento è il loro concetto della bellezza: la fiera eleganza dei giovani guerrieri dalle lunghe chiome, trasformate in centinaia di treccine; lo sguardo seduttivo delle ragazze con la testa rapata a zero e lucidata con il burro.

 

IN PERICOLO LA BIODIVERSITÀ DELL’EASTERN ARCH

La catena dell’Eastern Arch comprende 13 massicci su 900 km di lunghezza e 24.000 kmq di superficie: si articola a sud del Kilimanjaro, dall’Udzungwa nel sud-ovest della Tanzania alle Taita Hills nel sud-ovest del Kenya. È inserita nel più vasto sistema montuoso delle Eastern Afromontane – si snoda sulla dorsale che corre dallo Zimbabwe all’altopiano dell’Eritrea: è chiamato le Galapagos africane, perché le cime dei monti (vanno da 1300 a 2700 metri) sono chiuse da fitte foreste pluviali (in parte ancora primarie, sono le più antiche dell’Africa, in parte risalgono a 30 milioni di anni fa) e, grazie a questo isolamento, hanno permesso l’evoluzione originale di molte specie botaniche e zoologiche endemiche. Nel solo Eastern Arch ci sono 119 specie di vertebrati endemici. E le Eastern Afromontane vantano una delle maggiori biodiversità del Pianeta con 7598 piante, 1300 uccelli, 490 mammiferi, 229 anfibi, 347 rettili e 893 pesci. Ma i problemi non mancano. Cambiamenti climatici, disboscamento, costruzione di dighe e bracconaggio in Africa stanno riducendo la superficie coperta da foreste di 34.000 kmq l’anno. E, in Paesi dominati dalla corruzione, a poco servono i programmi di protezione promulgati dai governi: nella sola Tanzania più del 50% del legname viene esportato illegalmente (la Cina importa il 60% dei prodotti forestali di Dar El Salam). Nell’Eastern Arch il disboscamento spinge gli animali verso le cime dei massicci mettendo a rischio molte decine di specie a causa del fenomeno che gli scienziati chiamano ‘trappola di sommità’: è una migrazione senza possibilità di ritorno, prigionieri sulle vette, in un habitat diverso dal loro, questi animali si estinguono.

 

IL LEONE E GLI ALTRI, QUANTI GRANDI FELINI RESTANO?

Secondo l'ultimo rapporto (2011) dell'International Union for Conservation of Nature (Iucn), negli ultimi 20 anni si è registrata una progressiva diminuzione di tutti i grandi felini africani. I leoni hanno perso circa il 30% dei capi: ne restano circa 39.000  in Africa su di un habitat teorico di 4,5 milioni di kmq, sono totalmente scomparsi dall'Europa e sono ridotti a poche decine in India (nei parchi del Gujarat). Tra le cause del declino del re della foresta ci sono l'inquinamento che ne riduce la fertilità, l'uccisione da parte degli allevatori anche spargendo veleno sulle carogne di animali di cui i grandi felini si nutrono in assenza di prede. Non stanno meglio i ghepardi (unico grande felino addomesticabile) scesi da 45.000 a 33.000 capi (- 27%). E i leopardi: scomparsi da Sudafrica e dall'intera Africa occidentale sono stimati in alcune centinaia di migliaia, è il big cat più schivo, il più difficile da monitorare; deforestazione  e caccia da parte degli allevatori sono la principale causa del suo declino. Restano invece solo 5000 esemplari del più raro leopardo delle nevi.

LETTURE

Le nevi del Kilimangiaro, Ernest Hemingway, Mondadori

Rainforest Alliance
International Union for Conservation of Nature
Guida ad acquisti che non danneggino le foreste
The Economics of Ecosystems and Biodiversity Study
United Nations Environment Programme
Biodiversity Indicator Partnership
Europe Enviroment Agency
Serengeti National Park
www.african-elephant.org
Intergovernmental panel on climate change