LE SALVERÁ IL WHALEWATCHING

Il giro d’affari di chi vuole avvistare i giganti del mare, superiore al business della loro caccia, dà una speranza di salvare i mammiferi marini

Ridotte del 90% dalla caccia industriale, le balene forse non si estingueranno grazie al giro d’affari generato dal turismo naturalista. Perché, mentre la residua industria baleniera a scopi scientifici fattura appena 50 milioni di dollari, l’indotto del whalewatching è stimato in un miliardo e mezzo di dollari ed è in continua crescita. L’avvistamento dei cetacei nel Mediterraneo è poca cosa rispetto al fenomeno negli oceani, dove molti territori di caccia sono diventati itinerari di whalewatching. Il più vicino è alle Azzorre: l'isola di Pico, dopo la fine dell'attività baleniera nel 1984, è diventata il miglior indirizzo d'Europa per vedere i cetacei con dodici specie tra cui orca (Orcinus orca) e capodoglio (Physeter macrocephalus). Il luogo dove è più facile vedere il capodoglio, la maggiore balena dentata, è Kaikoura in Nuova Zelanda. Nel Pacifico è boom del whalewatching. Lungo la costa orientale dell’Australia, il viaggio delle megattere (Megaptera novaeangliae) dall’Antartide alla Grande Barriera Corallina è seguito ogni anno da 1.600.000 turisti. E sono più di 3 milioni gli americani che ogni anno prendono il mare per incontrare le balene grigie (Eschrichtius robustus) che dal gelido Mare Bering raggiungono le acque calde della Baja California per celebrare la loro stagione degli amori. Questa specie fu la prima a essere protetta, nel 1946 gli Stati Uniti ne vietarono la caccia perché, ridotta a 5000 esemplari, rischiava di scomparire: oggi, secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration di Washington, sono 21.000 e non sono più in pericolo.

Fu invece solo nel 1985, davanti al pericolo d’estinzione di molte specie, che l’International Whaling Commision (Iwc) vietò con una moratoria la caccia per scopi commerciali, ma autorizzò l'uccisione di alcuni esemplari finalizzata alla ricerca scientifica. La concessione si rivelò una scappatoia per camuffare l'attività. Giappone, Norvegia e Islanda - Paesi a tradizione baleniera – mantennero in vita l’industria con scuse ‘scientifiche’. In realtà la carne dei giganti del mare continuò ad alimentare i ristoranti specializzati di Tokyo. Il Sol Levante la considerò una questione d’orgoglio nazionale: bisognava salvare un piatto tradizionale nipponico. In realtà in Giappone l’attività baleniera risale solo al 1934, ma nel frugale dopoguerra la sua carne rappresentò il cibo quotidiano insieme a un pugno di riso: la più economica fonte di proteine. Norvegia e Islanda diventarono fornitori del mercato ittico di Tokyo e giustificarono la vendita di carne col bisogno di finanziare la ricerca. L'operazione fu condannata da Gisli Gislason, direttore dell’Icelandic Institute of Biology, che definì il programma un esempio di . .

Aumentarono le proteste degli ambientalisti, quelle pacifiche di Greenpeace e quelle corsare dell’Earthforce di Paul Watson: il pirata verde canadese (espulso da Greenpeace nel 1977 per l’uso della violenza) speronò nel 1979 la baleniera portoghese Sierra e riuscì a fuggire. La nave venne affondata da un commando dopo pochi mesi. Nel 1986 Watson affondò metà della flotta islandese, ma la caccia ‘scientifica’ continuò. Paul Watson è ora il leader della Sea Shepherd Conservation Society  www.seashepherd.org.

 L’Iwc mantenne la moratoria ma, forzata dalla decisione della Norvegia nel 1992 di riprendere la caccia, aumentò progressivamente le quote scientifiche. Oggi il Giappone ha diritto d’uccidere 752 balene l’anno, la Norvegia 544,  l’Islanda 25. E sono autorizzati a cacciare 370 capi le popolazioni etniche, per lo più Inuit, che vivono in Groenlandia, Canada, Alaska, Russia e Corea: le uniche che – per condizioni di vita estreme e tradizione – possono rivendicare l’attività come parte integrante della loro identità, oltre che della loro economia di sussistenza. Diritto riconosciuto anche da Greenpeace, dopo un lungo e contraddittorio dibattito.

Il Giappone però torna all’attacco, nel 2005 è riuscito a fermare la proposta d’un parco naturale nell’area meridionale di Atlantico e Pacifico. E, secondo The Economist, sta conducendo una campagna acquisti nell’Iwc con pressioni su diversi Paesi membri con cui ha forti relazioni economiche. Questo mentre una ricerca di Louwrens Hacquebord del Centro di Studi Polari dell’Università di Groningen in Olanda dimostra che la caccia ha alterato gli equilibri biologici delle regioni polari. All’interno della convergenza antartica balene, foche e pinguini si nutrono di krill (Euphasia superba), una sorta di gamberetto. Il massacro delle balene azzurre (Balaenoptera musculus) ha messo a disposizione di pinguini e foche della pelliccia (Artocephalus gazella) maggiori risorse. Cibo che ha permesso loro d’aumentare aspettativa di vita e capacità riproduttiva. Il numero di pinguini è in costante aumento. Ma quel che preoccupa è la crescita del numero di foche che, oltre al maggiore cibo a disposizione, non sono più minacciate dal loro predatore naturale, l’orca, un regolatore biologico decimato dai balenieri. In Georgia del Sud  6 milioni di foche (erano 4 milioni nel 2003) si spostano nell’interno distruggendo nidi e habitat di procellarie, cormorani e albatros.

STORIA DELLA CACCIA ALLA BALENA

Furono norvegesi e danesi (a cui l'Islanda è stata assoggettata per secoli) a iniziare, nel XII secolo, la caccia alla balena. Dalla loro carcassa ottenevano carne, ossa e grasso: impiegati per i più svariati scopi. La loro cattura, difficile e rischiosa, fu rivoluzionata nel 1868 dall'invenzione dell'arpione esplosivo: la pesca non ebbe più freni. Nel 1934 il Giappone iniziò a catturare cetacei. La creazione nel 1946 dell'Iwc ebbe la sola funzione di regolamentare l'attività dei balenieri: avevano già decimato tre delle 76 specie esistenti e ridotto, da inizio Novecento, il numero di esemplari di due terzi. Crollata la domanda d’olio di balena (in passato usato per illuminare le strade e come lubrificante industriale) la caccia avrebbe dovuto cessare. Ci fu però un nuovo impulso commerciale: il mercato della carne di Tokyo, che con la rinascita economica del Paese diventava sempre più fiorente, fino a giustificare da solo l'intera attività su scala planetaria. Negli anni Sessanta, l'Iwc programmò l'uccisione di 60.000 capi l'anno. Nel 1966 l’Iwc vietò l’uccisione delle balene azzurre (Balaenoptera musculus), ridotte, dal 1900, da 350.000 a 3000 esemplari. Nel 1970 gli oceani avevano perduto il 90% delle balene e tutte le specie rischiavano l'estinzione. Nel 1972 l'Onu chiese la sospensione della caccia, proposta respinta dall'Iwc fino al 1982, quando prevalsero i Paesi protezionisti e fu dichiarata la moratoria dal 1985. Tra le specie più minacciate ci sono Balaenoptera borealis (50.000) e Balaenoptera physalus (30.000). A rischio minore capodogli (200.000) e megattere (20.000).

 Pubblicato su Airone nel 2006

AGGIORNAMENTI

IN COSTARICA IL WHALE WATCHING É UNA RISORSA ECONOMICA

28/03/2012 In Costa Rica il whalewatching è diventato un'importante risorsa economica: grazie ai 100.000 visitatori votati a quest'attività naturalistica nel Parco Nazionale Marino Balena, si sono creati 25.000 posti di lavoro, che coinvolgono 10 comunità costiere, con un giro d'affari di 21 milioni di dollari (5 milioni gli operatori specializzati e 16 milioni l'indotto di hotel, ristoranti e negozi da loro generato). Lo comunica MarViva (www.marviva.net), fondazione no profit per tutela di coste e risorse marine del Centroamerica.


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28/06/2011
Barents Euro-Arctic Council
MarViva, fondazione per tutela coste e risorse marine del Centroamerica
Foundation for environmental education
International Marine Conservation Congress