TRA TASSILI, ACACUS E TENERE

Spedizione nel Sahara algerino, dove solo i Tuareg hanno osato sfidare l’immenso vuoto del deserto dei deserti

Il boeing per Djanet è stato sostituito con un fokker. Il viaggio da Algeri durerà quattro ore invece che due. Come per raccontare al viaggiatore l'immensità del deserto. Il passaggio aereo si trasforma in un lungo film, un documentario cromatico. Il verde incerto della costa cede subito alle plaghe pietrose e screpolate del nord. Poi le dune bianche come il latte del Grande Erg Orientale. E volando a sud la sabbia si tinge di giallo, oro, rosa, rosso mattone. Quando il pilota annuncia l'inizio dell'atterraggio, dal finestrino appare il gioco tormentato dei pinnacoli di roccia dell'altopiano del Tassili. Ma l'orizzonte arido è spezzato da un serpente di 30.000 palme: è Djanet, l'oasi che per secoli rappresentò il crocevia delle carovaniere che collegavano le città arabe del nord del continente all'Africa Nera. Mentre l'auto scivola sulla striscia d'asfalto che la collega all'aeroporto, si ha il primo incontro ravvicinato col deserto: gli occhi si riempiono della sua luminosissima desolazione, la bocca diventa riarsa come il paesaggio mentre le orecchie si educano al silenzio.

Un aeroporto strategico, situato al centro del Sahara, vicino alle frontiere con la Libia e il Niger, avvisa la guida. Ma cosa c'è da difendere in quest'oceano di sabbia? Eppure Djanet fu contesa, perduta e riconquistata, in successive battaglie fra turchi e francesi. Il comandante di Fort Charles, l'avamposto della legione straniera che ancora domina la collina, non era dunque un tenente Drogo, perché quello che si ha di fronte non è il Deserto dei tartari. I nemici c'erano per davvero. Erano i tuareg, una popolazione berbera di razziatori e guerrieri: controllavano, assaltavano e taglieggiavano le carovane che percorrevano il deserto. Come racconta nei suoi diari il viaggiatore del Trecento Ibn Battuta, il Marco Polo arabo: . Con la decadenza degli imperi sudanesi, verso la fine del Quattrocento, e il diminuire dei traffici tran-sahariani, i tuareg si dedicarono al trasporto e al commercio. Nemmeno i colonialisti francesi, per quanto li avessero sconfitti militarmente, riuscirono veramente a controllarli. Signori del deserto e straordinariamente mobili grazie ai loro mehari, i famosi dromedari da corsa, i tuareg continuarono la loro vita nomade trafficando schiavi e merci d'ogni sorta. Fu la rigida definizione delle frontiere nell'epoca post-coloniale a costringere la maggioranza dei tuareg ad abbandonare il nomadismo per inurbarsi nelle oasi del Sud dell'Algeria. Chi è rimasto fedele alla propria origine erratica si è invece convertito alla pastorizia: vive, con piccoli branchi di capre e cammelli, in movimento perpetuo alla ricerca di pascoli in una delle regioni più sterili del pianeta.

 Le loro tradizioni non sono andate però smarrite, lo si scopre partecipando alla Sebiba, una grande festa tuareg che coincide col Capodanno musulmano. Per l'occasione arrivano a Djanet tremila tuareg con i loro dromedari. La festa dura una settimana con gare di abilità e velocità nel cavalcare i cammelli. Grandi banchetti collettivi. E danze scapigliate in cui si lanciano solo gli uomini: indossano abiti sfarzosi, contrariamente all'abbigliamento sobrio della vita quotidiana nel deserto. Balli ritmati dalle donne: sfoggiano gioielli, amuleti e ornamenti in argento e suonano la ganga (un largo tamburello), l’imzad (uno mandolino monocorda formato da una mezza zucca ricoperta di pelle di capra) e il tobol (un grande tamburo). Per quanto islamizzati, i tuareg hanno conservato costumi molto diversi dagli altri maomettani. Le donne vanno a volto scoperto. Sono gli uomini invece a coprirsi la faccia con lo cheche: un turbante che avvolge il capo lasciando liberi solo gli occhi. Un mascheramento utile a sopportare il torrido clima del Sahara e le sue terribili tempeste di sabbia. Lo cheche è lungo sei metri, ma i modelli utilizzati durante le cerimonie impiegano da otto a dodici metri di stoffa per confezionare turbanti da Mille e una notte: indossati con i sarruel, gli ampi pantaloni a sbuffo; la gandura, il camicione ricamato e aperto sui fianchi; e i nail, i sandali nigerini di pelle colorata. Un tempo portavano il taghelmust, un turbante impregnato d'indaco che colorava la loro pelle bianca, l'indumento che li rese noti in Europa come ‘gli uomini blu’. Oggi però i tuareg sono di tutti i colori: lo si scopre fra le vie polverose di Djanet dove gli uomini indossano cheche bianchi, neri, verdi.

L'oasi, una valle racchiusa fra le montagne d'arenaria del Tassili e colline di roccia granitica, comprende tre diversi insediamenti umani. El Mihan, un antico ksar (borgo fortificato) arabo arroccato sulla collina. Azeluaz, il villaggio tuareg situato al fondo della valle. E, oltre il palmeto, Adjahil, il quartiere dove vivevano gli schiavi neri dei tuareg. Un'urbanistica improvvisata, la cui storia è tracciata nel museo cittadino, a fianco dell'esposizione di un letto tuareg, di borse, utensili in legno e terracotta, e di una collezione delle ventun croci di Agadez, simboli di altrettante tribù del Niger. Ed è passeggiando per il palmeto che si riconosce la scenografia naturale scelta da Michelangelo Antonioni per girare Professione: reporter, il film in cui Jack Nicholson nei panni di un giornalista si sostituiva a un trafficante d'armi e, nella Djanet della legione straniera, cercava avventure sullo sfondo del deserto.

 Saliti su di un Toyota Landcruiser seguiamo per un tratto la pista che conduce all'oasi di Ghat in Libia. Il contrafforte del Tassili definisce l'orizzonte a nord. Il letto asciutto dell'ued Amais, bordato di tamerici arboree e grandi acacie spinose, diventa la nostra strada fino alle gole dell'Adjiri, dove alziamo il primo campo. Per risalire il canyon a piedi, alle prime ore dell'alba, seguendo un mech bed (un sentiero battuto dai cammelli) per raggiungere la ghelta (una pozza d'acqua, residuo del torrente) racchiusa in uno spettacolare anfiteatro di roccia sedimentaria. Dopo poco aver ripreso la pista verso oriente, incontriamo una donna: arriva camminando attraverso un territorio assolato. S'intrattiene con il nostro autista tuareg: parlano del vicino pozzo di Iseti quasi completamente secco, della pioggia che non scende da più di due anni. Poi la donna riprende il cammino verso una landa altrettanto desolata. Da dove viene? Dove va? Viene da un piccolo accampamento di pastori che incontriamo alcuni chilometri più avanti. Dove va lo sa solo lei.

 Il fuoristrada rulla per ore su di un fondo di ciottoli e pietrisco in uno scenario che si fa sempre più ampio, delimitato da grandi formazioni rocciose dalle cime piatte, tavolati d'arenaria che ricordano le mesas della Monument Valley in Arizona. Nel pomeriggio facciamo una sosta fuori programma: incontriamo una jeep azzurra, amici con cui il nostro autista s'intrattiene fra abbracci, chiacchiere e sorsi d'acqua bevuti dalla ghirba (il frigorifero naturale del deserto, una pelle di capra svuotata di carne, ossa e interiora attraverso collo e ano, e poi ricucita: mantiene l'acqua freschissima). L'incontro meriterebbe d'essere celebrato con un tè, ma non c'è tempo dobbiamo raggiungere il campo prima del tramonto. Il rito che ha ispirato il Tè nel deserto, il romanzo di Paul Bowles da cui Bernardo Bertolucci ha realizzato l'omonimo film, è solo rimandato. Ecco apparire la prima duna che annuncia la valle di In Djerane: la sabbia dorata spicca fra il verde della pietra ossidata e il rosa delle montagne che fanno da sfondo, coperte dal cielo blu. Mentre montiamo le tende, le tinte del paesaggio si scaldano filtrate dal tramonto. Un autista prega rivolto verso la Mecca. Un altro accende il fuoco, fa bollire l'acqua nella teiera sulla brace, prepara la miscela di tè, menta e zucchero che serve per tre volte in minuscoli bicchierini. Il primo è così forte da allappare la bocca. Il secondo è più aromatico. Il terzo è un trionfo di menta e zucchero.

 Ci risvegliamo in compagnia dei mula-mula, uccelli neri col capo bianco: i compagni più fedeli dei viaggiatori sahariani. Per poi imboccare in auto l'oued che porta al Tadrart-Acacus. Una sosta a una tomba prei-slamica, un cumulo di pietre all'interno di un cerchio da cui si snodano due sentieri, ci introduce al Sahara degli uomini. All'epoca in cui quest'immensa regione, grande sette volte l'Italia, era fertile. Troviamo la conferma dopo poche ore addentrandoci in una caverna: i pastori la usano come una stalla per proteggere la notte i capretti dagli sciacalli, ma per noi è un museo all'aria aperta. Sulle pareti s'ammirano dipinti in ocra rossa di vacche, pecore e persone. Alcuni sono ben conservati, altri danneggiati da un fungo che sfoglia la pietra. E' il primo delle decine di dipinti e incisioni che incontreremo durante il viaggio. Pitture verdi e blu stese con colori vegetali. Disegni bianchi tracciati con l'argilla. Graffiti scolpiti con la selce. Raffigurazioni di bovini, elefanti, giraffe, gazzelle, uomini, cavalli e cammelli. Si trovano nell'Acacus ma soprattutto sull'altopiano del Tassili, per ammirare questi ultimi bisogna camminare per giorni inoltrandosi in terreni altrimenti irraggiungibili. E' attraverso queste rappresentazioni che gli archeologi hanno ricostruito l'evoluzione delle civiltà sahariane dividendole in quattro periodi. Quello del ‘bubalo’, fra l'8000 e il 4000 a.C., caratterizzato da disegni schematici di uomini a testa rotonda e dalle incisioni di animali della savana. Il periodo dei ‘pastori’, fra il 4000 e il 2000 a.C., dominato da rappresentazioni di bovini. Quello ‘cavallino’, dal 2000 fino all'anno zero, con immagini di carri tirati da cavalli e personaggi bi-triangolari simili a quelli raffigurati nelle civiltà del Mar Egeo. E ultimo il periodo del "cammello", testimonianza del processo di desertizzazione, che negli ultimi duemila anni ha trasformato le verdi praterie in distese di sabbia.

 Il paesaggio diventa sempre più sabbioso con dune alte fino a duecento metri. Il vento caldo asciuga la bocca obbligandoci a bere continuamente. L'autista però non dà segni di sete, gli chiediamo perché? 'Io sono come un cammello, ingollo un litro d'acqua in un colpo e poi non bevo più per mezza giornata' risponde. La sabbia s'alterna a tormentate formazioni rocciose, montagne modellate dall'acqua, dal vento e dai forti sbalzi di temperatura fra il giorno e la notte. Un gioco della natura che trasforma il viaggio in un percorso narrativo fra rocce che l'erosione ha disegnato a forma di elefanti con enormi proboscidi, scimmie, persone, cammelli, maiali ed enormi falli. E' un panorama monumentale in cui l'arenaria inscurita dall'ossidazione spicca fra la sabbia che diventa via via più rossa. Fino alle gigantesche dune color mattone di Tin Merzouga: il terreno sabbioso per il nostro campo. Una plaga lunare dove scalare le creste impettite delle dune inseguendo il miraggio di un cielo tempestato di stelle. E il mattino percorrere la pianura a piedi per scoprire le orme dello sciacallo e poi arrampicarsi sulla duna più alta, per spaziare sull'orizzonte infinito, prima di lasciarsi rotolare per centinaia di metri nella sabbia come i protagonisti di Zabriskie Point..

 Ripercorrendo l'Acacus in senso contrario il paesaggio diventa irriconoscibile: mutato dal punto di vista ma anche dalla fredda luce del mattino. Il fuoristrada s'inerpica fra le dune, la sua potenza a volte cede fra la sabbia: allora bisogna spingere e scoprire in una nuvola di polvere il lato avventuroso del viaggio. In una valle laterale scopriamo la Cattedrale, un imponente anfiteatro roccioso sulle cui pareti si aprono ferite per permettono alla fantasia di modellare nuove figure. Ci accampiamo nella zona, a Mulinaga, in lingua tuareg significa "tette di cammella", il nome non deriva dalle montagnole a forma di mammella che circondano il pianoro, ma dai cammelli che vi hanno sempre pascolato: qui per secoli hanno vissuto dei pastori che vendevano il latte ai nomadi di passaggio. Alcuni dromedari s'aggirano ancora per la valle brucando le foglie dell'acacia e i rami dei ceci spinosi. Il mattino successivo incontriamo anche un paio di gazzelle prima di affrontare la desolazione assoluta della pianura di Tiska: una distesa di 40 chilometri di sabbia bianca circondata da piccole vette, uguali su tutti i fronti come per confondere il senso d'orientamento e annunciare la prossimità del Tenere. Il deserto della paura che s'estende oltre la frontiera del Niger: l'immensità di 400.000 kmq di sabbia piatta dove l'occhio vaga privo di ogni riferimento in un paesaggio senza orizzonte.

 Pubblicato nel 1994 da Gente Viaggi

DESERTIFICAZIONE: IL SAHARA AVANZA IN AFRICA NERA

L’immensa regione occupata da dune, pietraie e plaghe desertiche (il Sahara, esteso dal Mar Rosso all’Atlantico, copre una superficie di 9.000.000 kmq) in passato fu un territorio fertile con praterie e foreste popolate di fauna selvatica, come dimostrano le incisioni rupestri che in diverse aree sahariane raffigurano elefanti, giraffe, felini e gazzelle. Il processo di desertizzazione è avvenuto in migliaia di anni a seguito di eventi naturali: dell’erosione provocata dal vento e dall’alternanza di lunghe stagioni secche (siccità) con altre umide. A questo processo naturale si è però sommata la desertificazione, l’inaridimento del suolo provocato dall’intervento dell’uomo. Negli ultimi 50 anni la frontiera meridionale del Sahara è avanzata di centinaia di km. Negli anni Settanta la carestia del Sahel provocata da una eccezionale siccità attirò l’attenzione dell’opinione pubblica: fu la conseguenza della migrazione verso nord di migliaia di allevatori con le loro mandrie, attirati dalle copiose piogge che nel decennio precedente aveva rinverdito la regione, e cacciati dalle aree più meridionali da sempre più estese colture per la vendita. I campi di arachidi, cacao, cotone e caffè – spesso proprietà di multinazionali – sono da 50 anni la prima causa delle carestie nel Sahel e in Africa occidentale: i governi corrotti di questi Paesi le preferiscono per l’alta redditività, ma i prodotti per la vendita tolgono spazio alla coltivazione di cereali, utili a sfamare le popolazioni, provocano carestie e in alcuni casi il drastico abbassamento dell’aspettativa di vita di intere etnie africane, come è successo ai Mandingo della Guinea. Ma torniamo agli allevatori nomadi che, ammassando il bestiame nelle regioni semi-aride a sud del Sahara, distrussero la vegetazione e, al ritorno ciclico della fase secca, provocarono una siccità con risvolti drammatici. Una crisi mai risolta che coinvolge ancora le popolazioni di Mali, Niger, Chad e Sudan, spinte sempre più a sud alla ricerca di pascoli e terre da coltivare.

IMMENSE RISORSE IDRICHE NEL SOTTOSUOLO DELL'AFRICA

30/04/2012 Enviromental Research Letters ha pubblicato una mappa delle falde acquifere dell'Africa da cui risultano riserve idriche nel sottosuolo per 660.000 km cubi, 20 volte più dell'acqua dolce contenuta in tutti i laghi africani messi in insieme. E i maggiori depositi si trovano, a grande profondità, in Algeria, Libia, Ciad, Egitto e Sudan. Cioè nell'area tra deserto del Sahara e Sahel, la più tragicamente arida. Lo sviluppo di quest'area, tra le più povere del mondo, è quindi legata agli investimenti per portare in superficie l'acqua. In molte aree centrali e australi del continente, le falde si trovano pochi metri sotto la superficie e potrebbero essere sfruttate con empiriche pompe a mano: per risolvere il problema dell'aridità e implementare la produzione agricola (e la conseguente fornitura di cibo a prezzi ragionevoli) basterebbero piccoli  investimenti e, soprattutto, volontà politica.

IN AFRICA SONO COLTIVATI MENO DI METÀ DEI TERRENI FERTILI

29/07/2013. Nonostante la penuria cronica di cibo, in tutto il continente africano sono coltivati meno del 50% dei terreni fertili: fonte Barca Mondiale.


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28/06/2011
Enviromental Research Letters