NEI PARCHI DEL KENYA

Itinerario tra Tsavo, Amboseli, Masai Mara e lago Turkana, tra alcuni dei paesaggi più spettacolari dell’Africa

Il Kenya è stata la prima destinazione del turismo in Africa Nera, anche grazie ai romanzi di Ernest Hemingway negli anni Sessanta qui vennero organizzati in primi safari fotografici, un’esperienza che fece scuola all’industria delle vacanze nel resto del continente. Per decenni meta, relativamente facile del turismo di massa, la natura del Kenya è stata per decenni abusata da operatori spregiudicati e per nulla rispettosi di ambiente, fauna e popolazioni tribali. Con i fuoristrada che stanavano le fiere travolgendo cespugli, con Masai e Samburo trasformati nelle comparse di una sorta si zoo antropologico. Oggi anche qui si moltiplicano le esperienze di turismo responsabile.

TSAVO NATIONAL PARK

Sulla strada tra Mombasa e lo Tsavo National Park, il pulmino rulla su di una strada sterrata, mentre la luce del giorno squarcia la notte su scenari dominati da giganteschi baobab, e il cielo si tinge di arancio e di rosa regalando al turista ancora assonnato i colori della terra sognata leggendo Verdi colline d'Africa di Ernest Hemingway. L'autista si rivolge a noi chiamandoci buana, come in un film di Tarzan, per annunciare la prima sosta: al Crocodile Camp, sulle rive del fiume Galana. I grandi rettili giacciono al sole sui banchi di sabbia a lato del corso d'acqua; solo il lancio di pezzi di carne li distrae dal riposo, spaventando aironi, fenicotteri e piccoli uccelli colorati che altrimenti vagano incauti fra fauci e squame.

Seguendo una pista rossa e polverosa, l'autista annusa la boscaglia alla ricerca di animali, mentre il tetto dell'auto s'innalza permettendo di frugare la savana con il teleobiettivo. Bastano pochi minuti e ci troviamo di fronte a una gazzella-giraffa. Poi una zebra. Un'antilope. E lontana, fra gli alberi, una coppia di giraffe. E quando l'autista stana una leonessa, rifugiata nella boscaglia, ci si sente tutti come Stanley: la fiera balza fuori dal cespuglio, percorre una ventina di metri, quindi si volta con l'aria seccata per la sua privacy violata; per un attimo posa per dieci zoom affamati, poi corre via con eleganti grandi balzi, libera per la prateria. Incontriamo un branco di elefanti: hanno la pelle rossiccia per l'alto contenuto di ossido di ferro nel suolo. Inoltrandosi, il parco s'affolla di animali. Una mandria di zebre sulla riva di un grande stagno. Giraffe che brucano le foglie dagli alberi, avvistate a pochi metri. Bufali vaganti. Elegantissime gazzelle. Un folto branco di antilopi sulla pista. Struzzi più pigri di quel che i fumetti lasciano immaginare.

AMBOSELI NATIONAL PARK

Lo Tsavo è il più vasto e il più battuto fra i parchi del Kenya, ma poco più a nord, al confine con la Tanzania, in un paesaggio dominato dal Kilimanjaro, la più alta vetta del continente (5895 metri), s'incontra l'Amboseli: è frequentato da grandi branchi di elefanti, impala, zebre e bufali. E con un po' di fortuna l'obiettivo cattura rinoceronti, leoni e ghepardi. Nelle sue paludi volano aironi e pellicani, mentre l'aquila pescatrice nidifica fra i rami della acacie lanciando il suo grido per l'intera savana.

NAIROBI E I LUOGHI DI KAREN BLIXEN

Appoggiata sull'altopiano, Nairobi, la capitale, è la base di partenza per esplorare i parchi della Rift Valley. Inquieta coniugazione di architettura europea e ritualità africana, non è più il quartier generale dell'utopia coloniale celebrata da Karen Blixen nel romanzo La mia Africa, bensì una delle città più pericolose del mondo. Alla ricerca del set naturale in cui fu girato il film La mia Africa, raggiungiamo in auto in un paio ore il lago Nakuro: popolate da migliaia di fenicotteri, le sue acque si tingono di rosa e, fra gennaio e febbraio, il paesaggio diventa surreale, cancellato dall'affollarsi di due milioni di trampolieri. A poca distanza si trova il lago Naivasha: le sue rive, coperte di giacinti d'acqua color lilla, come affermava il naturalista George Adamson. Qui quella sorta di sciamano, che se ne andava in giro per la savana con i leoni curando le loro malattie e allevando i loro cuccioli abbandonati, visse insieme alla moglie Joy, l'autrice del best-seller Nata libera. A sud di questa regione s'incontrano i monti Aberdares (o Nyardarua), una catena a oriente della Rift Valley: una combinazione di colline tondegganti foderate di erica gigante, una steppa afro-alpina a 3000 metri di quota, assediata da macchie di fitta foresta tropicale che s'alternano a impenetrabili selve di bambù. E ancora più a sud si scopre il Monte Kenya - dichiarato patrimonio dell'umanità dall'Unesco, il più spettacolare fra i parchi nazionali, dominato dai ghiacciai perenni del Batian e del Nelion. Con le pendici, a media quota, coperte di cedri, ginepri, podocarpi (Perenniporia podocarpi) e bambù, sono le cime più alte del Paese: raggiungono i 5200 metri e prendono il nome dai due più grandi capi del popolo Masai.

I MASAI

Sono una tribù originaria dei territori lungo il Nilo, in quello che oggi è il Sudan meridionale. I Masai rappresentano più di ogni altra etnia del continente l'immaginario dell'Africa primitiva e libera, dove uomini e animali si contendono l'immensità della savana. Vantano una storia antica: da cacciatori raccoglitori si trasformarono in pastori nomadi. Incentrarono la loro cultura e i loro rituali su di una sorta di ‘culto della vacca’. E in un'epica migrazione raggiunsero la Rift Valley. Qui i pastori Masai diventarono sedentari e scoprirono l'arte della guerra: per oltre un secolo dominarono le savane del Kenya e della Tanzania. Oggi, divisi in dodici clan, vivono a cavallo della frontiera fra i due Paesi. Con il loro corollario di ornamenti e rituali, i Masai attirano la curiosità del visitatore più ogni altra etnia kenyota. L'esplosivo gioco cromatico dei loro strabordanti collari, i singolari monili che deformano le orecchie, i colori degli indumenti, le lunghissime spirali metalliche che imprigionano l'avambraccio o il polpaccio durante le cerimonie. Ma ciò che colpisce più d'ogni altro elemento è il loro concetto della bellezza: la fiera eleganza dei giovani guerrieri dalle lunghe chiome, trasformate in centinaia di treccine; lo sguardo seduttivo delle ragazze con la testa rapata a zero e lucidata con il burro

MASAI MARA GAME RESERVE

E' il parco (1500 kmq) che da loro prende il nome, il Masai Mara Game Reserve (l'estensione kenyota del gigantesco Serengeti National Park tanzaniano) è il più intrigante fra quelli del Paese. Sui suoi pianori erbosi, attraversati da corsi d'acqua, s'incontrano tutte le principali specie animali presenti in Kenya. Le foreste che costeggiano i fiumi Mara e Talek ospitano centinaia di elefanti. E nel mese di giugno non si crede ai propri occhi quando il Mara si trasforma in un'unica mandria brulicante: sulle sue rive arrivano ad abbeverarsi fino a mezzo milione di zebre e un milione di antilopi. Un numero così elevato di erbivori attira i predatori: in quella stagione è facile assistere a scene di caccia. Uno stormo d'avvoltoi che si libra nel cielo indica il punto dove un leopardo, o un leone, sta sbranando la preda. Gli uccelli attendono che la fiera consumi il suo pasto per poter banchettare fra le carcasse: sono i cicli crudeli della savana, la selezione naturale.

A RISCHIO LA BIODIVERSITÀ  DEL MASAI MARA

In 30 anni giraffe, zebre, antilopi, gazzelle e facoceri sono diminuiti del 70% mentre bufali e licaoni sono quasi scomparsi. Resistono solo elefanti e struzzi. Lo rivela il monitoraggio compiuto dell'università di Hochenheim (Germania), seconda la quale il fenomeno è dovuto solo in piccola parte al bracconaggio, il maggiore danno alla biodiversità del parco è provocata dall’aumento del 1100% del numero di bovini e del disboscamento per reperire nuovi pascoli: rubano il territorio fauna selvatica e, secondo l’Onu, provocheranno la desertificazione della regione. Continua anche il bracconaggio: tra 2001 e 2010 sono stati arrestati 1500 bracconieri e rinvenute 17.300 trappole impiegate da loro. Il censimento della fauna ha rivelato la seguente diminuzione di esemplari confronto agli anni '70: leone da 20.000 a 1000, rinoceronte nero da 160.000 a 10.000, elefante da 1550 a 700, bufalo da 38.800 a 7700, giraffa da 2600 a 330, facocero da 5350 a 1100.

MERU NATIONAL PARK

Parte, insieme ai contigui Bisanadi and Mwingi National Reserves and Kora National Park, di un'area protetta di 4000 kmq, il Meru è fuori dai circuiti ma è tra i parchi più affascinanti del Kenya grazie alla straordinaria varietà di habitat. Situato a cavallo dell'Equatore, 370 km a nord-est di Nairobi, comprende 13 corsi d'acqua permanenti attraversano la boscaglia semiarida con colline di granito e vulcaniche della parte nordorientale del Paese dando vita a zone umide punteggiate da palme doum e della raffia e piccole foreste fluviali. Il Rhino sanctuary ospita 66 rinoceronti (bianchi e neri). Ci sono tutti i big five ma anche i 5 ospiti speciali - giraffa reticolata, orice, zebra di Grevy, struzzo somalo e gerenuk - oltre a 600 specie di uccelli. Qui funziona il Rhino River Camp, un campo tendato di proprietà italiana, con 8 cottage (costruiti con legname coltivato) con bagno dal design moderno e originale, costruite su terrazze in legno affacciate sul fiume Kindani.

IL LEONE E GLI ALTRI, QUANTI GRANDI FELINI RESTANO?

Secondo l'ultimo rapporto (2011) dell'International Union for Conservation of Nature (Iucn), negli ultimi 20 anni si è registrata una progressiva diminuzione di tutti i grandi felini africani. I leoni hanno perso circa il 30% dei capi: ne restano circa 39.000  in Africa su di un habitat teorico di 4,5 milioni di kmq, sono totalmente scomparsi dall'Europa e sono ridotti a poche decine in India (nei parchi del Gujarat). Tra le cause del declino del re della foresta ci sono l'inquinamento che ne riduce la fertilità, l'uccisione da parte degli allevatori anche spargendo veleno sulle carogne di animali di cui i grandi felini si nutrono in assenza di prede. Non stanno meglio i ghepardi (unico grande felino addomesticabile) scesi da 45.000 a 33.000 capi (- 27%). E i leopardi: scomparsi da Sudafrica e dall'intera Africa occidentale sono stimati in alcune centinaia di migliaia, è il big cat più schivo, il più difficile da monitorare; deforestazione  e caccia da parte degli allevatori sono la principale causa del suo declino. Restano invece solo 5000 esemplari del più raro leopardo delle nevi.

IL LAGO TURKANA

Il safari più estremo, fuori dalle rotte abituali, lo si compie al Lago Turkana: la propaggine settentrionale della Rift Valley, dichiarato patrimonio dell'umanità dall'Unesco. Scoperto nel 1888 dall'esploratore austriaco Teleki Von Szek, fu soprannominato ‘Mare di Giada’. Una visita al Turkana si rivela un viaggio alle origini dell'uomo. Non solo perché le popolazioni tribali che abitano le sue rive (Samburu, Turkana, El Molo) conservano costumi e tradizioni antiche, fra le più autentiche e rappresentative che il Paese possa vantare. Ma perché lo scenario desertico, quasi lunare, delle sue rive fu l'habitat in cui due milioni di anni fa l'Homo Habilis imparò a scheggiare la pietra, pose le basi empiriche della tecnologia, sviluppò i processi logici del cervello che sono diventati la prerogativa della razza umana.

I TURKANA E LE ALTRE ETNIE DEL LAGO

Il lago prende il nome dall'etnia Turkana, genti che migrarono dalla regione del Dodoth Escarpement, nel nord-est dell'Uganda, come racconta la loro leggenda. Nonostante siano nomadi, e come i Masai basino la loro esistenza sui prodotti della pastorizia, non danno valori sacri agli animali e hanno abbandonato i cruenti riti d'iniziazione che caratterizzano altre tribù kenyote. Hanno invece sviluppato un notevole gusto per l'artigianato. Modellano lance e utensili con il ferro che estraggono da una roccia della regione. Ricavano una varietà di oggetti da legno, cuoio, metalli, semi, ossa, avorio, corna, zoccoli, unghie e piume. Ma non praticano la tessitura. Le donne indossano gonne di pelle decorate con perline multicolori. Gli ornamenti sono lo specchio della loro vita: un linguaggio di conghiglie, collane, orecchini e pendagli racconta di nascite e lutti, lontananza dello sposo, gravidanze. Le donne hanno il capo rasato, a eccezione di una ciocca di capelli a striscia che vengono unti di burro e a volte intrecciati. Le ragazze nubili si distinguono dalle sposate indossando un grembiulino di pelle triangolare abbellito con frammenti di uova di struzzo. E con le piume dell'uccello corridore gli uomini decorano le loro criniere, che racchiudono in calotte di pelle ricavate dalle mammelle di una vacca e dal petto di uno struzzo. Sia gli uomini che le donne, oltre ai lobi delle orecchie, perforano il labbro inferiore per ornarlo con monili. E le cicatrici che segnano il loro corpo non hanno significati rituali ma curativi: sono incisioni che lo stregone pratica in occasione di una malattia, in mancanza di una cura migliore, per far uscire lo spirito del male dal corpo.

I Samburu sono invece un gruppo staccatosi molto tempo fa dai Masai, di cui conservano la lingua e molti costumi. L'etnia che più s'identifica con il lago sono gli El Molo: ridotti a poche centinaia, vivono pescando il pesce persico e abitano in capannucce di foglie di palma nella baia che porta il loro nome. Ma stanno scomparendo: si mescolano con i Turkana e soprattutto con i Samburu, di cui hanno adottato la parlata e gli ornamenti.

RISCHIO CARESTIA DOPO LA SICCITÀ NEL CORNO D’AFRICA

18 luglio 2011. Il nord del Kenya è investito da una spaventosa siccità provocata dai mutamenti climatici dovuti a La Niña (il raffreddamento della temperatura dell’acqua in superficie nell’area equatoriale dell’oceano Pacifico). Il problema coinvolge l’intero corno d’Africa: Somalia, Etiopia meridionale e Djbouti oltre che il Kenya. Il 60% delle mandrie sono già morte è il prezzo dei cereali si è impennato: in 9 mesi il sorgo è aumentato del 240% in Somalia e il mais del 300% in Kenya. Il governo di Nairobi considera la siccità un disastro nazionale. Sono 3 milioni e mezzo i kenioti che hanno immediato bisogno di cibo. Per evitare una carestia di massa l’Onu ha attivato il Programma Mondiale per il Cibo e l’Ufficio di Coordinamento degli affari umanitari.


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28/06/2011
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Guida ad acquisti che non danneggino le foreste
The Economics of Ecosystems and Biodiversity Study
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