IN AMAZZONIA TRA AVVENTURA E DISASTRO AMBIENTALE

In viaggio sul Rio delle Amazzoni e storia della distruzione della maggiore foresta del Pianeta e del genocidio dei suoi popoli

NAVIGAZIONE SUL RIO DELLE AMAZZONI

Diversi anni fa viaggiai sulla nave dell’Enasa che collegava Manaus a Belém. Il viaggio durava 4 giorni: 7 nella direzione opposta risalendo il rio. Presi un biglietto per Santarém, la prima fermata a quasi 3 giorni di navigazione da Manaus. C’era solo la classe amaca. Comprato biglietto e amaca, m’imbarcai 2 ore prima della partenza. C’era folla, il ponte della nave era diviso in gabbie coperte da un tetto e munite di ganci a diverse altezze. Spazi diversi ospitavano uomini, donne e famiglie. Appesi l’amaca seguendo le istruzioni dei miei calorosi vicini. Alla partenza la densità delle reti era inverosimile: nella gabbia, alta 2 m e mezzo, si erano stratificati tre piani di brande, così vicine le une alle altre che un movimento nel sonno coinvolgeva in ondeggiamenti 4 o 5 passeggeri. Le luci al neon restarono accese tutta la notte per evitare furti e violenze: era comunque possibile depositare i valori nella cassaforte del comandante. I passeggeri, solo locali, fraternizzavano, cantavano, ballavano, giocavano a carte, scolavano cachaça e ascoltavano (giorno e notte) musica a tutto volume. Da prima incontrammo il traffico di battelli che si immettevano nel fiume dalle igarapés, i bracci d’acqua che si inoltrano per migliaia di km nel cuore della foresta pluviale. Ma, dopo il primo Encontro das Águas, dove i fiumi Solimões e Negro originano l’Amazonas, navigammo per un giorno senza avvistare nessuna delle due rive. Finalmente incontrammo degli indios in canoa: ci salutarono e remarono con forza, come se - per gioco – volessero inseguire la nave. Il mattino seguente sostammo in un villaggio, dove bambini indigeni invasero la nave con cesti zeppi di manghi, papaie, ananas e carambole. Una buona variazione sul menu di bordo: riso e fagioli a pranzo e cena, e polentina di manioca con caffelatte a colazione. La mattina dopo vidi un altro encontro das águas: le acque chiare del Rio Tapajós si gettavano in quelle torbide dell’Amazonas. Avvistai Santarém ma, prima di sbarcare, il mio vicino di amaca, un giovane meticcio che per 2 giorni mi aveva osservato silenzioso, mi si rivolse e con candore chiese: 'Quanti giorni di autobus ci vogliono dall’Italia a Manaus?'. Non volevo deluderlo, era l’incarnazione del mondo perduto che noi europei cerchiamo in Amazzonia. Gli risposi: 'Non lo so, sono venuto in aereo'.

GLI INDIGENI DELL’AMAZZONIA

All’arrivo degli europei nel XVI secolo il bacino del Rio delle Amazzoni ospitava circa cinquemila tribù indigene con almeno cinque milioni di persone appartenenti a 34 diversi gruppi linguistici. Si trattava per lo più di cacciatori pescatori raccoglitori (alcuni nomadi) che – anche a causa del clima, torrido e umidissimo – vivevano in totale nudità senza tabù sessuali. Animisti, praticavano riti sciamanici impiegando piante allucinogene. In simbiosi con il grande fiume, navigavano su zattere o empiriche canoe. Abitavano in capanne, spesso collettive e senza pareti per migliorare l’aerazione, dove dormivano in amache. Molte tribù tatuavano il viso e talvolta il corpo, altre li decoravano con pigmenti e piume, con monili in legno e piattelli labiali. Molti difendevano il territorio da invasioni con archi, cerbottane, frecce avvelenate, lance. Cinque secoli di massacri, malattie e sfruttamento delle risorse amazzoniche li hanno ridotti, in Brasile, a 350.000 individui divisi in duecento tribù, più di metà delle quali contano appena cento membri. Tra queste settantacinque etnie vivono ancora nude in isolamento volontario. Se popoli come gli Yanomami (al confine col Venezuela) sono ancora formati da decine di migliaia di uomini e donne. Altri come gli Akuntsu e i Kanoê sono ridotti a poche unità e non hanno futuro. Solo due delle etnie contattate sono ancora cacciatori raccoglitori nomadi: i Maku e gli Awá del Maranhão. Quasi tutte le altre abbinano queste attività primordiali con un’agricoltura di sussistenza. Gli Enawene Nawe, contattati la prima volta nel 1974, pescano costruendo intricate dighe sui fiumi, affumicano il pesce e coltivano manioca e mais: è l’unico gruppo amazzonico che non mangia carne. A molte etnie corrispondono diversi tabù, gli uomini Yanomani ad esempio non si cibano mai dell’animale ucciso, ma lo dividono tra familiari e amici; in cambio ricevono carne da un altro cacciatore. Il loro nome deriva dallo yano, la grande casa comune capace di ospitare fino a 400 persone.

LE TRIBÙ SCONOSCIUTE

Nel 2008 la foto di un gruppo di indigeni con i volti dipinti da pigmenti rossi che scagliavano frecce contro il grande uccello venuto dal cielo accese i riflettori sui popoli sconosciuti e sul loro diritto a rimanere isolati dal resto del mondo. L’immagine fu scattata nello stato amazzonico di Acre dal Funai, l’agenzia brasiliana per la difesa dei diritti degli indios. Secondo questo ente ci sono in Brasile 68 gruppi indigeni sconosciuti, quasi tutti nella foresta amazzonica, ma solo l’esistenza di 24 gruppi è stata confermata da ripetute ricognizioni. Perché, da fine anni Ottanta, la politica del Funai è di non cercare contatti umani con queste tribù, ma di monitorarne l’esistenza sorvolando al massimo una volta l’anno le zone in cui sono stati individuati. Degli ‘uomini rossi’ sappiamo che sono sedentari, vivono in grandi capanne comunitarie e coltivano manioca, patate e banane. Come molte altre etnie primitive, difendono il loro territorio cercando di uccidere gli intrusi: ma archi, frecce e cerbottane non li salvano quando incontrano le armi automatiche degli esploratori delle industrie minerarie e del legname, la principale minaccia al loro futuro. Secondo Survival International, l'organizzazione che si batte per la difesa dei diritti tribali, in tutto il mondo sono oltre cento i popoli che vivono nei luoghi più remoti della terra, in regioni inesplorate di Sud America, Asia e Oceania, dove la civiltà non è ancora riuscita ad arrivare: la maggioranza è concentrata nella foresta amazzonica tra Brasile e Perù. Di solito si tratta di clan formati da poche persone, al massimo un centinaio. Il contatto deve essere evitato per garantire la sopravvivenza e la continuità di queste culture diverse. La storia insegna che a seguito del primo incontro almeno metà dei membri della tribù muore a causa di batteri, a noi innocui, contro cui non hanno sviluppato anticorpi: in alcuni casi, dopo pochi anni, non ci sono sopravvissuti. E una volta spariti, questi popoli lo sono per sempre.

COS’È L’AMAZZONIA?

Dal cuore delle Ande a 190 km dall’oceano Pacifico e 5000 m di quota, l’Amazzonia copre quasi metà della superficie del Sud America e tocca gli Stati di Brasile (65% del totale), Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù, Venezuela, Guyana, Suriname e Guiyana Francese.  È il più grande scenario d’acqua dolce del Pianeta. In 7 milioni di kmq (23 volte l’Italia) racchiude i due terzi delle foreste tropicali (5,5 milioni di kmq), capaci da soli di riciclare la metà dell’ossigeno del globo. Il Rio delle Amazzoni è il maggiore fiume del mondo: lungo 6280 km, con i suoi 1100 affluenti forma il più grande bacino idrico del mondo e scarica nell’Atlantico il 25% di tutte le acque dolci. Vi si gettano due tipi di affluenti: i rio brancos che portano un’acqua gialla ricca di residui alluvionali; e i rio negros che portano giù dalle montagne acque limpide con riflessi nerastri. Dai fiumi si diramano le igarapés, i bracci d’acqua che si inoltrano per migliaia di km nella giungla: in totale 25.000 km di fiumi navigabili. Il territorio è diviso in 3 tipi di paesaggio. Gli igapós, terre perennemente inondate e ricoperte di piante acquatiche. Le várzeas, terreni alluvionabili estesi fino a 10 km sulla due rive dei fiumi. E la terra firme, il territorio asciutto dove la foresta prospera più rigogliosa.Il Rio delle Amazzoni raggiunge i 60 m di profondità e i 25 km di larghezza. Durante la stagione delle piogge il volume d’acqua triplica e vengono scaricati in mare 320 milioni di litri ogni secondo. La massa d’acqua si spinge fino a 160 km dalla costa e la pororoca, la violenta onda di ritorno della marea (alta alcuni metri) che risale per centinaia di km nei bracci dell’estuario (largo 320 km) genera un boato udibile fino a 200 km di distanza.

BIODIVERSITÀ DELL'AMAZZONIA

La foresta amazzonica ha il massimo livello di biodiversità con 1294 specie di uccelli (20% del totale), 3000 di pesci, 427 di mammiferi, 420 di anfibi, 378 di rettili, 2 milioni e mezzo di insetti e 40.000 di piante. In 1 kmq crescono 75.000 varietà botaniche. In tutto il suo territorio, secondo la rivista Science, ci sono 390 miliardi di alberi appartenenti a 16.000 specie diverse (la metà appartiene ad appena 227 specie di piante), 5800 specie arboree sono rare e a rischio di estinzione (meno di 1000 esemplari). La biodiversità è minacciata dalla deforestazione che negli ultimi 70 anni ha ridotto del 20% la superficie complessiva delle foreste e il loro taglio continua. Tra 2000 e 2007, l’Amazzonia brasiliana è stata deforestata a un tasso medio di 19.368 kmq l’anno: fonte Greenpeace. Un miglioramento considerando il dato a 30 anni fornito dal Wwf: 27.000 kmq l’anno (la superfiche del Belgio), 52 kmq al giorno solo in Brasile. Secondo il governo brasiliano dal 2008 al 2010 si è ridotta a soli 7000 kmq annui. Il satellite ha però rivelato che, da agosto 2010 ad aprile 2011, la deforestazione è aumentata del 27% rispetto all’anno precedente. Izabella Teixeira, ministro brasiliano dell’ambiente ha creato un gabinetto di crisi per arginare l'emergenza ambientale.

LA PRIMA INVESTIGAZIONE SCIENTIFICA DELL’AMAZZONIA

Fu condotta a metà Ottocento da tre naturalisti inglesi: il botanico Richard Bruce, l’entomologo Henry Walter Bates e Alfred Russell Fallace (collaborò con Charles Darwin all’elaborazione della toria dell’evoluzione della specie). Risalendo il Rio delle Amazzoni dall’estuario alla sorgenti, Fallace e Bates classificarono 14.000 specie animali, tra cui 8000 sconosciute. Richard Bruce, in 15 anni trascorsi in Amazzonia, collezionò 30.000 piante, tra cui 7000 sconosciute.

STORIA DELLA DISTRUZIONE DELL’AMAZZONIA

Il dramma dell’Amazzonia e dei suoi popoli originari iniziò nel 1539, con l’arrivo dei primi conquistadores spagnoli che, su mandato di Ponzalo Pizarro, governatore di Quito (Ecuador), discesero per la prima volta il Rio Napo alla ricerca della cannella. Le prime vittime furono le centinaia di tribù che abitavano la regione. Prima furono decimati dalle malattie introdotte dagli europei, poi dalle razzie di invasori senza scrupoli che per secoli non riconobbero agli indigeni lo status di esseri umani. In Brasile si aprì una caccia all’indios per opera dei bandeirantes, in libro paga dei latifondisti che richiedevano schiavi per le loro aziende agricole. Fu l’inizio del genocidio, molte etnie fuggirono sempre più a nord, rifugiandosi nella foresta. Ma nuovi guai arrivarono col boom del caucciù. La gomma bianca ricavata dalla havea brasiliensis era utilizzata da diversi popoli amazzonici. Il primo europeo a servirsene fu il matematico e naturalista francese Charles Marie de La Condamine, il quale, discendendo nel 1743 il Rio delle Amazzoni – dal Perù all’Atlantico – per effettuare misurazioni a fini cartografici, usò la gomma per proteggere dall’umidità i suoi delicati strumenti. Con la scoperta della vulcanizzazione, nel 1840 mister Goodyear rese il prodotto commerciabile. E con l’invenzione del pneumatico, nel 1880, la domanda di caucciù, all’epoca prodotto solo in Brasile, decuplicò. I seringueiros, i raccoglitori di gomma per lo più meticci, invasero i territori delle tribù indigene, che reagirono con le armi. Fu una guerra tra miserabili che diede ai proprietari terrieri il pretesto per il genocidio, solo nell’area di Manaus si estinsero 87 etnie: oggi non si trova un indigeno nel raggio di 500 km dalla capitale dell’Amazonas.

DALLA GOMMA ALL'ORO

Quando la concorrenza della Malesia nella produzione di gomma allentò la morsa dei seringueiros, arrivarono i garimpeiros, i cercatori d’oro e pietre preziose, che – grazie ad armi e mezzi moderni – organizzarono massacri su ampia scala dando la caccia all’indios con fucili mitragliatori e aerei che bordavano i villaggi. Le tribù più primitive andavano eliminate perché impedivano la modernizzazione del Brasile: un pensiero – dominante fino agli anni Sessanta - che accomunava latifondisti, allevatori e speculatori, ma anche i caboclos, i contadini meticci che conducevano un’esistenza miserabile sulle rive del fiume e volevano nuove terre da coltivare. Il primo passo in difesa degli indigeni fu la creazione nel 1961 del parco nazionale di Xingu su 22.000 kmq nel nord Mato Grosso, dove vivevano una dozzina di tribù. Ma nuovi conflitti arrivarono con l’inizio della costruzione della strada transamazzonica, la BR80 che collegò Cuiaba (Mato Grosso del Sud) con Santarém (Pará). Il parco non fu ampliato come previsto ma anzi tagliato dall’arteria che vide la prima opera di disboscamento massiccio. Seguirono l’industria del legname, quella mineraria e la costruzione delle grandi centrali elettriche: la più grande deforestazione della vicenda dell’uomo, storia attuale.

Rainforest Alliance
Guida ad acquisti che non danneggino le foreste
Climate Alliance
The Economics of Ecosystems and Biodiversity Study
United Nations Environment Programme
Biodiversity Indicator Partnership
Europe Enviroment Agency
Rede Brasilerira Agroflorestal
Greenpeace, guida al consumo di carta
National Academy of Sciences of USA (pubblicazioni)
Intergovernmental panel on climate change