COME CAMBIA L’IMMAGINE SOCIALE DELLA VACCA IN OCCIDENTE

L'evoluzione del ruolo dei bovini nella società contemporanea

Il Parlamento austriaco ha varato una legge che garantisce alle mucche tre mesi l’anno - tra primavera ed estate - di ritmi biologici slegati alle esigenze degli allevatori: pascolo brado, nessun ostacolo agli spostamenti né scadenze imposte per monta, mungitura e alimentazione. Tre mesi di ferie. O meglio di Artgerecht, la parola che oltralpe definisce l’allevamento conforme a natura e singola specie. A tutelare i diritti degli animali da pascolo c’è l’ombudsman, un tutore governativo della loro dignità con l’autorità di comminare multe fino a 15.000 euro a chi ne violerà i diritti. È l’ultimo segnale di come muta l’immagine sociale della vacca. Nelle Alpi il suo faccione cornuto ha sempre concorso all’identità di regioni e Paesi. Basta pensare che la Svizzera ha celebrato i suoi settecento anni di storia con quattro mostre sulla mucca. A Berna le radici del mito risalgono al Settecento, alla nascita della Svizzera urbana che individuava negli alpeggi il suo paradiso perduto. E nella vacca il fulcro dell'economia rurale delle montagne che avevano originato i padri guerrieri fondatori della Confederazione. Miti perpetuati nelle feste arcaiche della transumanza, come le battaglie delle regine. Mistificazioni. Il Politecnico Federale di Zurigo rivela che la mucca svizzera non esiste più. Le famose razze Simmenthal e Friburghese hanno perso quasi tutte le loro caratteristiche a causa dei continui incroci con la Holstein tedesca (per rendere più commerciale la carne) e con la Frisone tedesco-olandese (per aumentare la produzione di latte). E più della metà dei capi analizzati produce un latte definito "pigro" per il basso tasso di caseina: la sostanza proteica da cui si ricava il formaggio. Queste rivelazioni, unite all’epidemia di Bse (la Svizzera è stato il secondo Paese per numero di casi dopo il Regno Unito), hanno contribuito ad accantonare l’apertura d’un Museo Federale della Vacca.

La Bse, l’encefalopatia spongiforme bovina nota come mucca pazza, ha cambiato la sensibilità verso l’animale anche in Gran Bretagna, dove iniziò la piaga. Forse a causa dei sensi di colpa per aver trasformato una specie vegetariana in cannibale attraverso la nutrizione con farine animali, il governativo Defra (Department for the Enviromental Food and Rural Affairs) sta sviluppando una “strategia per la salute e il benessere dei bovini”. La sua preoccupazione principale è la bio-sicurezza. In un confronto che sembra più filosofico che scientifico, si arriva a dire: quel che è vero per gli uomini lo è anche per gli animali. Che le mucche oltre al cibo e a un rifugio contro il maltempo, hanno anche l’esigenza di essere felici. E questo stato mentale non ha nulla a che vedere con zootecnia industriale, stalle seriali e iperproduzione di latte. In Europa la pregiata razza Frisona da mungitura dà 8.000 chili annui di latte (alcuni esemplari arrivano a 15.000 chili) e in Inghilterra, secondo il Defra ci sono stalle che producono 10.000 litri per capo. Più grande è la stalla e maggiore è la densità di ruminanti più gli allevatori guadagnano. Come gli uomini, anche le mucche hanno una vita migliore se allevate secondo i principi dell’agricoltura biologica. E, nella discussione su come cambiare le tecniche di allevamento, spunta il bisogno di “compassione”. Termine che in Occidente finora è stato usato unicamente per il genere umano. Solo nella società indù, dove la mucca è parte della famiglia ed è sacrilegio consumare le sue carni, si parla di compassione per i bovini, eletti dal Mahatma Gandhi .

La Bse nel frattempo è sbarcata negli Stati Uniti, da dove arriva uno strumento di prevenzione hi-tech. Una piastrina, nel progetto Animal Identification Plan, da attaccare all’orecchio dei bovini, capace di monitorare ritmo cardiaco, temperatura e ossigenazione di ciascun capo e di trasmetterlo a un computer che, impostato sui più avanzati sistemi di telemedicina, permette ai veterinari di intervenire in tempo reale isolando l’animale per impedire il propagarsi dell’epidemia.

Fenomeni che coniugano aspetti scientifici e culturali. La carta sanitaria hi-tech convive con le pezzate usate come sfondo per servizi di moda. In Piemonte, la certificazione di provenienza sul banco del macellaio si coniuga con fiere bovine in cui i visitatori sono invitati a visitare le stalle per constatare le condizioni di vita degli animali. I bovini sono studiati per appagare i loro bisogni psicologici, oltre che fisici. Ma sono anche il soggetto preferito da decine di artisti che trasferiscono la loro immagine in sculture, tele, installazioni e oggetti: basti pensare al fenomeno delle Cow Parade, manifestazioni artistico commerciali dilagate in 27 città, da Houston a Barcellona, da Praga a Tokyo. Adulate come simbolo del perduto mondo rurale, le mucche sono caricaturizzate col loro faccione pacioso che spunta da cartoni di latte, panetti di burro o, sorridenti come star hollywoodiane, da scatole di formaggini. Suscitano ilarità al primo sguardo, per questo vengono impiegate come insegnanti di alimentazione per i bimbi al sito www.adottaunamucca.it.

A questi mutamenti culturali si coniuga la continua riduzione del consumo di carni bovine (soprattutto dopo la Bse), spesso a vantaggio di quelle suine e del pollame, ma anche di scelte vegetariane più o meno radicali. Nei periodi di crisi in Italia si è arrivati a un calo del 20%: in parte rientrato dopo l’onda emotiva. Mentre a livello mondiale è sceso stabilmente del 10%. Nei paesi ricchi il consumo di carne bovina è in costante diminuzione da vent’anni per motivi igienici, sanitari, etici e religiosi. Le ultime tendenze nutrizionali la escludono, o puntano a limitarne il consumo, per i danni che arreca al sistema cardiocircolatorio a causa dell’alto contenuto di colesterolo. E diverse ricerche sul cancro imputano all’abuso di carne rossa molte neoplasie a reni e intestino. Sotto il profitto etico il consumo di macellato bovino nei paesi ricchi è indicato come una delle cause di carestia nel Terzo Mondo: l’uso del terreno per l’allevamento, sommato alle granaglie usate per nutrire i bovini (molte provengono da culture per la vendita nel Sud del globo), produce solo un decimo delle capacità nutrizionali che si otterrebbero impiegando le medesime risorse nella coltivazione di cereali per l’uomo. Da qui l’equazione no-global – supportata dai dati - mangiare carne uguale affamare il mondo. I Paesi sviluppati (Europa, Stati Uniti, Australia e Giappone) consumano il 60% della carne bovina nonostante insieme non raggiungano 1 miliardo di abitanti (16% della densità terrestre). La Cina con una popolazione di 1.300.000.000 (21%) ne consuma il 24%. Il restante 63% dell’umanità si accontenta del 16% del macellato totale. La sperequazione è innegabile: considerato il consumo di tessuti animali nel loro complesso si va da 117 chili pro capite negli Usa a 7 chili in Nigeria e ad appena 3,8 chili in India (qui il dato è viziato da oltre un terzo della popolazione vegetariana). E la quantità di cereali impiegati negli Usa per l’allevamento bovino sarebbe sufficiente a sfamare 1.300.000.000 di esseri umani: basterebbe che gli americani mangiassero il 10% di bistecche in meno e quei cerali restassero nel Terzo Mondo per debellare le carestie e salvare 60 milioni di vite l’anno.

I vegetariani sono in continuo aumento, spinti anche da New Age e diffondersi delle filosofie orientali. Sono più di 10 milioni negli Stati Uniti, 3 milioni in Gran Bretagna e altrettanti in Italia. E la Vegetarian Society (www.vegsoc.org), presente in tutto il mondo, è una lobby sempre più potente. Anche perché, diversamente dal nostro antico mondo contadino, oggi sono soprattutto i ceti più alti – per reddito e livello d’istruzione – a scegliere di non mangiare più carne. Inevitabile il parallelo con l’India – oggi una superpotenza culturale che esporta valori e stili di vita –  dove a essere vegetariani sono i bramini e le altre caste alte col mito della purezza, mentre i paria (impuri) mangiano carne.

Pubblicato su Airone nel 2005

QUANTO INQUINANO LE VACCHE ?

Molto secondo gli scienziati, perché all’effetto serra contribuisce la produzione di gas metano, in parte di origine animale. In Australia, nella regione del Murray River, una squadra di ricercatori ha selezionato 4 esemplari di vacche grigie e le ha lasciate a brucare in un prato circondato da strumenti di monitoraggio installati all'altezza del loro sedere. I marchingegni avevano il compito di captare, raccogliere, misurare e analizzare il gas intestinale emesso dai bovini. Nell'ingrato e ammorbante compito, gli esperti hanno catturato le loffe di vacca tenendo conto di velocità, direzione dei venti, temperatura dell'aria e potenza del sole. I peti di ciascun capo hanno liberato nell'atmosfera 500 litri di gas metano. Moltiplicato per i 23 milioni di bovini australiani, si ottiene una proiezione di oltre la metà del gas prodotto nel continente. L’esperimento ha ribaltato la classifica dei Paesi ‘inquinatori. Le nazioni più industrializzate potrebbero cedere il ruolo di principale responsabile dell'effetto serra all'India: perché, con circa 200 milioni di capi (il 18% dei bovini della Terra) a cui si sommano 72 milioni di bufali (il 46% della popolazione globale) vanta la più grande mandria di bovidi del mondo. Tutto per una scoreggia di vacca.


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28/06/2011